Alle 4 del mattino sono atterrato a Manado e mi sono addormentato sui divani del gate, con quattro ore di attesa davanti e un altro volo da prendere. Una giornata di viaggio dopo, tra il secondo aereo, un traghetto e mezz’ora di auto nella vegetazione, guardavo la Via Lattea da un pontile di legno a Waigeo, dopo una cena con i piedi nella sabbia. Era la mia prima notte a Raja Ampat.
Raja Ampat è un arcipelago della Papua indonesiana e non si raggiunge in fretta: nel mio caso, partendo da Bali, sono serviti due voli, un traghetto e una strada che si snoda tra la vegetazione. Ci ho passato cinque giorni a fine agosto, in una struttura sull’isola di Waigeo. In questa guida trovi come arrivare a Raja Ampat, quando andare, quali permessi servono e cosa ho fatto tra Piaynemo, Kali Biru, un uccello del paradiso, lo snorkeling a Sawandarek e Yenbuba e una spiaggia isolata a Friwen.
L’avevo vista per la prima volta sui social, in una foto che non sapevo nemmeno collocare sulla mappa. Poi ne avevo sentito parlare da altri viaggiatori incontrati in Indonesia: chi ci era già stato e chi doveva andarci la descriveva come un luogo da sogno per chi ama le immersioni, lo snorkeling e il mare in generale, ma anche la semplicità e i posti remoti.
L’ho inseguita per un paio d’anni. Ero in Indonesia con Marika e cercavamo di capire come sarebbe proseguito il viaggio dopo Sumatra. Viaggiamo a vista, senza programmare troppo, lasciandoci trasportare dagli eventi, e in quel momento gli eventi ci dicevano che dopo due anni in giro era arrivato il momento di rientrare in Italia. Raja Ampat è rimasta per una prossima volta.
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Raja Ampat è un posto remoto: gli spostamenti tra le isole avvengono in barca, molte strutture si trovano in luoghi isolati dove intorno non c’è assolutamente nulla e nelle piccole isole non trovi nemmeno un bancomat.
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Dove si trova Raja Ampat e cosa aspettarti
Raja Ampat, che in indonesiano significa “quattro re”, è un arcipelago al largo della punta nord-occidentale della Nuova Guinea, nella parte indonesiana dell’isola. Il nome viene dalle quattro isole maggiori, Waigeo, Batanta, Salawati e Misool, circondate da un labirinto di isolotti.
Molte di queste isole sono di roccia calcarea. L’UNESCO ha riconosciuto l’arcipelago come Geoparco Globale e indica Wayag, Kabui e gli isolotti orientali di Misool come luoghi in cui faglie ed erosione hanno modellato isole calcaree dalle forme inconfondibili.
Non sono uno che parte con grandi aspettative: con il tempo e con i viaggi ho capito che meno ne hai, meglio è. Mi aspettavo paesaggi magici e un mare incredibile. Sul colore del mare posso dire solo questo: le tonalità, le sfumature e la limpidezza dell’acqua sono tra le più belle che abbia visto in vita mia. Il verde intenso delle isole contrasta con il blu dei fondali profondi e con il turchese accecante dei fondali bassi e sabbiosi, e sotto la superficie ci sono coralli colorati e migliaia di pesci che nuotano liberamente nel loro habitat.
Il momento in cui ho pensato “ne valeva la pena” non è stato in acqua, però. È stato in auto, sulla strada dal porto alla struttura, in mezzo a una vegetazione fittissima. Raja Ampat è famosa per il mare, ma il verde delle foreste resta il mio colore preferito e l’habitat che più mi dà serenità, anche solo attraversandolo. In quei pochi chilometri avevo già capito di essere finito in un posto che mi avrebbe stregato il cuore e rilassato la mente.
Non è una destinazione per tutti. È ancora lontana dal turismo di massa e dai mega resort di lusso, il viaggio per arrivarci è lungo, soprattutto dall’Europa, e molte strutture sono basiche e richiedono un certo spirito di adattamento. Sono queste condizioni, insieme alla distanza e ai costi degli spostamenti, a tenere lontana la folla.
Come arrivare a Raja Ampat da Bali e dall’Italia
Il punto d’accesso è l’aeroporto di Sorong, sulla terraferma della Papua. Da lì il modo più comune per raggiungere l’arcipelago è il traghetto fino a Waisai, sull’isola di Waigeo, e poi si prosegue in barca o in auto fino alla struttura in cui dormi. Alcune strutture possono organizzare trasferimenti diretti da Sorong: chiedi alla tua qual è il modo migliore per arrivare. Dall’Italia non esistono voli diretti: si atterra in Indonesia e si prosegue con un volo interno, in genere via Giacarta o Manado.
Io sono partito da Bali con scalo a Manado: atterrato alle 4 del mattino, ho aspettato quattro ore il secondo volo, che mi ha portato a Sorong alle 10:20. All’uscita c’erano i driver del Papuarts, la struttura in cui avrei dormito, che mi hanno accompagnato a La Marina, un ristorante sul mare dove ho aspettato l’ora dell’imbarco.
Alle 13:00 ero al molo e alle 14:00 il traghetto è salpato. Con il mare mosso sono arrivato a Waisai alle 16:20, con venti minuti di ritardo. Da lì ho fatto l’ultimo tratto in auto, circa mezz’ora, e sono arrivato a destinazione praticamente distrutto.
Il traghetto tra Sorong e Waisai impiega circa due ore e mezza, anche se il tempo può variare in base alle condizioni del mare e agli orari, che cambiano da un giorno all’altro: chiedi sempre conferma alla struttura prima di partire. Al ritorno, prima di imbarcarmi a Waisai, ho pagato una tassa portuale di 5.000 rupie a persona, solo in contanti.
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Sorong e il primo impatto con Papua
Sorong è la porta d’ingresso, ma non si va a Papua per fermarsi a Sorong. Appena arrivato ho avuto la sensazione che fosse molto diversa dal resto dell’Indonesia che avevo conosciuto, a partire dall’atmosfera della città e dalle persone che incontravo per strada.
Cambiava anche la sensazione di sicurezza. Non ho vissuto nessuna situazione pericolosa e non è successo nulla, ma le inferriate davanti a finestre e negozi e alcune viuzze dall’aria degradata mi hanno riportato a certi posti poco raccomandabili visti in altri viaggi. Sorong l’ho trovata molto sporca e degradata.
Visto, permessi e tasse per Raja Ampat
Prima di partire controlla sempre i requisiti d’ingresso in Indonesia su Viaggiare Sicuri, dove trovi anche il link ufficiale per richiedere il visto. Il visto si richiede sul portale ufficiale dell’immigrazione indonesiana e, al momento della pubblicazione, costa circa 500.000 rupie, tra i 25 e i 30 euro a seconda del cambio: verifica l’importo aggiornato sul sito.
La All Indonesia è la dichiarazione di arrivo digitale che deve compilare ogni viaggiatore internazionale: è obbligatoria, gratuita, non sostituisce il visto e si compila nei tre giorni precedenti l’arrivo. Alla fine ottieni un codice QR da mostrare all’arrivo. Il QR è gratuito: esistono siti che chiedono un pagamento per rilasciarlo, evitali. Se non l’hai compilata prima, puoi farlo anche una volta arrivato in aeroporto, con qualche possibile rallentamento ai controlli.
Se viaggi senza un programma definito, come faccio quasi sempre io, o se arrivi in aereo e poi prosegui via terra verso un altro Paese, può servirti una prenotazione di volo in uscita da mostrare al check-in: ottieni una prenotazione verificabile con Onward Ticket e leggi come funziona nella mia guida al biglietto di sola andata.
Le due tasse per entrare a Raja Ampat
Per visitare Raja Ampat i visitatori stranieri devono pagare due tasse ufficiali e distinte.
La prima è il Visitor Entry Ticket (chiamato anche Raja Ampat Tourist Entry Pass), il biglietto d’ingresso per i visitatori: lo gestisce l’ufficio del turismo locale, vale per un singolo ingresso, qualunque sia la durata del soggiorno, e si paga nell’edificio del porto di Waisai, dove si accetta anche la carta, oppure online, registrandosi sul portale ufficiale SIPARI. È quello che ho pagato io, appena sbarcato a Waisai: 1.000.000 di rupie, più la commissione per il pagamento con carta. Al porto c’è un codice QR da scansionare per pagare online, oppure si fa la fila e si paga allo sportello. La fila era lunga, ma un funzionario mi ha chiamato in ufficio e ha sbrigato tutto in pochi minuti: non so perché, ma è andata così.
La seconda è il Raja Ampat Marine Park Entry Permit, che finanzia la tutela dell’area marina protetta: a differenza del primo, vale 12 mesi dall’acquisto e i bambini sotto i 12 anni ne sono esenti. Al momento della pubblicazione costa 1.000.000 di rupie per gli stranieri e si compra online sul sito dell’ente che gestisce il parco marino (BLUD UPTD), oppure di persona al porto di Sorong o all’ufficio dell’ente a Waisai. Importi e modalità di pagamento cambiano spesso: controlla i dettagli aggiornati prima di partire.
Quando andare a Raja Ampat: com’è a fine agosto
Le guide che ho consultato indicano ottobre-aprile come il periodo migliore per visitare Raja Ampat. Io ci sono stato a fine agosto, in un periodo meno favorevole per le condizioni del mare. In cinque giorni non ha mai piovuto, ma ci sono stati giorni molto ventilati e il mare mosso ha pesato soprattutto sugli spostamenti in barca. Una volta arrivato sulle spiagge o nei punti di snorkeling, invece, non ho avuto nessun problema.
La traversata verso Piaynemo è stata quella con il mare più mosso, e ne parlo più avanti. Il quarto giorno, al contrario, c’era poco vento e il mare era così calmo da sembrare una laguna.
A fine agosto ho trovato Raja Ampat ancora al riparo dal turismo di massa, ma non posso dire com’è in alta stagione: dovrei tornarci per farmi un’idea completa. Viaggiare fuori stagione potrebbe essere una buona soluzione per trovare meno gente e risparmiare qualcosa, e vale per tantissime destinazioni, non solo per questa. Sui rifiuti, infine, ho visto meno spazzatura in giro rispetto al resto dell’Indonesia, con l’eccezione di Sorong.
Dove dormire a Raja Ampat: il Papuarts a Waigeo
Io ho dormito al Papuarts, sull’isola di Waigeo, a circa mezz’ora di auto dal porto di Waisai. Al Papuarts il trattamento è di pensione completa, come in molte altre strutture della zona: sono luoghi isolati, senza nulla intorno.
Le camere sono basiche ma carine: ci sono palafitte sul mare lungo il pontile e camere sulla terraferma, con il bagno in comune. A me è piaciuto. Si mangia benissimo, dalla colazione alla cena. Essendo isole, la base è il pesce, e c’erano anche piatti vegani per chi ha esigenze alimentari diverse.
Il mare davanti alla struttura è trasparente e circondato da una vegetazione meravigliosa, ma non ha le sfumature incredibili che trovi su altre isole, come Kri o Friwen. Timon e Helga, che gestiscono il Papuarts, sono stati gentili e cordiali, e le escursioni e i trasferimenti li ha organizzati la struttura. Guarda le disponibilità del Papuarts su Booking.
Contanti, carte e connessione
Nelle piccole isole e nelle homestay non ci sono bancomat e non tutti accettano la carta. Dove la accettano, generalmente c’è una commissione che può arrivare al 5%. La soluzione migliore è prelevare contanti a Sorong o prima di arrivarci e scrivere alla struttura per chiedere come si paga. Tieni le rupie anche per la tassa portuale di Waisai, che si paga solo in contanti. Io al Papuarts ho pagato con la carta.
Per internet avevo una eSIM di Holafly e non ho avuto problemi di ricezione. L’ho usata per tutto il viaggio tra Giava, Bali e Raja Ampat, senza mai avere problemi. Attiva la eSIM Holafly con il 5% di sconto.
Cosa fare a Raja Ampat: le escursioni che ho fatto
Le escursioni le ho fatte tutte tramite la struttura e gli spostamenti tra le isole sono avvenuti in barca. Tra le spese più importanti ci sono proprio queste uscite: si calcolano a barca, quindi dividerle tra più persone fa risparmiare rispetto a un viaggiatore solitario o a una coppia. Per un posto così remoto, le tariffe delle strutture mi sono sembrate contenute, e il prezzo include di solito la pensione completa.
Questi sono i giorni in cui Raja Ampat smette di essere una foto sui social.
Piaynemo, la vista che ripaga la traversata
Alle 6 ero già sul pontile a godermi la pace, in attesa dell’alba. Colazione alle 8 e alle 9 sono partito verso Piaynemo (talvolta scritto Pianemo), uno degli spot più iconici di Raja Ampat, nelle Fam Islands.
Il mare era già mosso e salire sulla barca è stato impegnativo. La traversata, prevista di circa un’ora e mezza, è durata due ore e mezza: il mare sempre più mosso e un motore capriccioso che ogni tanto si spegneva. Poi l’isola è comparsa davanti alla prua e le onde hanno smesso di contare.
La barca si ferma a un piccolo molo ai piedi di una collina coperta di vegetazione, e da lì parte la scalinata di legno che porta al punto panoramico: diverse centinaia di gradini che salgono nel verde. La salita non è impegnativa e si fa in poco tempo. In cima c’è una terrazza: quando ci sono stato io, potevano stare al massimo dieci persone per volta e per non più di mezz’ora.
La giornata era soleggiata e la vista da lassù è incredibile. Sotto di te si apre una laguna dalle mille sfumature: dal blu intenso al largo si passa al verde chiaro in prossimità degli isolotti ricoperti di vegetazione. A punteggiare la laguna ci sono decine di coni e funghi di roccia calcarea che spuntano dal mare in ogni direzione. Nei dintorni c’è anche la Telaga Bintang, la laguna a forma di stella che ha reso famoso questo angolo di arcipelago. C’è chi chiama Piaynemo la piccola Wayag, per gli stessi coni di calcare e le stesse lagune.
Quella vista ripaga ogni minuto passato in barca: le onde, il motore che si spegneva, le ore di traversata. Avrei voluto far volare il drone, ma il vento era troppo forte e ho evitato: peccato per le foto e i video, ma quella bellezza me la sono goduta. Piaynemo è bellissima. Ai piedi della scalinata di solito ci sono bancarelle che vendono noci di cocco: porta qualche rupia in contanti.
Arborek
Ripartendo da Piaynemo il mare era ancora più mosso. Dopo circa un’ora e mezza sono arrivato ad Arborek, una piccola isola dal mare cristallino e dalle sfumature incredibili: dopo ore di onde, un contrasto netto. Tra snorkeling e pranzo ci sono rimasto qualche ora, con l’acqua ferma e trasparente intorno a me. Dell’isola ho visto il molo e non ho incontrato mante. Ad Arborek ci sono anche homestay, per chi vuole fermarsi a dormire.
Poi il rientro, con il mare finalmente più calmo e la navigazione tranquilla. Il giorno è finito sul pontile, con il tramonto, la doccia, la cena e il relax.
Kali Biru
Alle 10:00 sono partito per Kali Biru, vicino al villaggio di Warsambin, nella baia di Mayalibit. Un’ora di auto fino al punto in cui ho preso una lancia per navigare nella baia e risalire il fiume, mentre intorno una vegetazione fittissima si buttava dai fianchi delle montagne e si rifletteva sull’acqua. Che posto incantevole. Dalla lancia ho proseguito a piedi per circa quindici minuti, camminando nel fiume e nella foresta: avevo già finito i miei “wow” della giornata.
Poi sono arrivato al Kali Biru, un fiume sacro dall’acqua trasparente e con sfumature turchesi che ha qualcosa di magico. Secondo le guide che ho consultato, nella lingua locale si chiama Warabiae, “fiume blu limpido”, e la tradizione lo lega al re di Waigeo, che qui avrebbe fatto il bagno. Le spiegazioni che ho trovato attribuiscono il colore alla roccia calcarea da cui nasce la sorgente e alla luce che filtra tra gli alberi, fitti fino alle rive: il risultato è un turchese acceso.
Non c’era nessun altro e questo lo ha reso ancora più bello. Mi sono bagnato, certo: l’acqua non era così fredda, ma sarebbe stato impossibile non farlo in un contesto naturale così bello. Quando i raggi del sole si facevano strada tra le foglie, l’acqua diventava cristallina e trasparente. Ci ho passato quasi mezza giornata, in un luogo rigenerante e sacro per gli abitanti della zona: per questo non si può risalire il fiume, è vietato. Sulla strada del ritorno mi sono fermato alla Gallery Art, un negozio di oggetti fatti a mano, e poi a bere un succo prima di rientrare. Che giornata fantastica. Più che un trekking è una passeggiata nella natura, breve e facile, con paesaggi bellissimi.
L’uccello del paradiso di Wilson
Il birdwatching è l’esperienza che avrei voluto vivere con più attrezzatura. Alle 4:30 ero già pronto, con torcia frontale, repellente, pantaloni lunghi e scarpe da trekking, come da indicazioni. Sono partito a piedi dal Papuarts, ancora al buio. Il percorso è di circa 11 o 12 chilometri tra andata e ritorno, metà dei quali in salita, e la prima parte è faticosa per la pendenza e l’umidità forte, con guide che tengono un passo spedito. Il percorso richiede un minimo di allenamento, soprattutto per la pendenza, l’umidità e il ritmo della guida.
Lungo il sentiero ho visto un cuscus, un esemplare molto carino. Le guide l’hanno chiamato solo cuscus. Guardando le foto dopo il viaggio mi è sembrato un cuscus maculato, e a Waigeo vive una specie endemica, il cuscus maculato di Waigeo, classificata come vulnerabile dall’IUCN, ma non posso affermare con certezza che fosse quella.
Dopo un’ora e mezza e tanto sudore sono arrivato al capanno nascosto. Ho aspettato mezz’ora mentre il cielo si schiariva, tra un concerto di versi di uccelli e l’inconfondibile battito d’ali di un bucero.
Poi è comparso l’uccello del paradiso di Wilson, che vive solo a Waigeo e Batanta ed è classificato come quasi minacciato dall’IUCN, per la perdita di habitat e la distribuzione molto limitata. Il maschio è uno degli uccelli più colorati che esistano: piccolo, circa sedici centimetri, con la testa nuda di un azzurro acceso, il dorso rosso scarlatto, la nuca gialla, il petto di un verde iridescente e due penne della coda che si arricciano come riccioli. Chi ha più fortuna assiste alla sua danza: ripulisce un tratto di terreno nella foresta e mostra a chi guarda il petto e la coda.
Quello che è comparso a me era nero e rosso, con la coda arrotolata in due parti come un nastro. Dai colori e da quella coda doveva essere un maschio, perché la femmina è marrone e molto più sobria. Era molto bello, ma non ha fatto nessuna danza: si è posato, è rimasto un po’ lì e poi è volato via. Erano le prime luci del mattino e la fitta vegetazione lasciava filtrare poca luce. Non era lontano da me, e quanto avrei voluto avere con me il teleobiettivo per fotografarlo bene.
Alle 7:00 ho lasciato il capanno e durante il ritorno ho fatto altri avvistamenti. Alle 8:30 ero di nuovo al Papuarts.
Se non vuoi camminare, il birdwatching si può fare anche in 4×4, con un brevissimo tratto a piedi: il trasporto in auto costava a parte, 75 euro a macchina. La guida, divisa tra cinque persone, è costata 50 euro a testa e personalmente l’ho trovata un po’ cara per l’esperienza che ho avuto. Se il tuo obiettivo è fotografare bene l’uccello del paradiso, io porterei almeno un teleobiettivo da 300 mm.
Snorkeling a Sawandarek, Yenbuba e Friwen
Alle 9:15 sono partito per la giornata di snorkeling. Rispetto alla traversata di Piaynemo, c’era poco vento e la navigazione è stata piacevole: il mare si è fatto ancora più calmo, fino a sembrare una laguna. A un certo punto un ragazzo dell’equipaggio mi ha segnalato la presenza di delfini. La barca ha cambiato leggermente rotta per raggiungerli: erano tanti, saltavano, nuotavano, si mettevano davanti alla prua. Uno spettacolo inaspettato e bellissimo.
Poi il passaggio tra l’isola di Kri e quella di Mansuar, un tratto di mare così bello da lasciare senza fiato: il fondale basso dal colore tra il verde e il turchese, le due isole verdissime ai lati, avanti e indietro il blu intenso delle profondità e in mezzo questo tappeto di acqua più chiara. Lasciatemi qui.
L’arrivo a Sawandarek mi ha lasciato senza parole. L’acqua è trasparente e i primi pesci si vedono già dal pontile, e ci sono sfumature di colore che ho visto pochissime volte in vita mia. Mi sono sistemato sulla spiaggia e mi sono immerso: un paio di squali pinna nera, uno bello massiccio, diverse tartarughe marine, tantissime specie di pesci variopinti e coralli coloratissimi. Sembra di essere in un acquario. Ogni tappa mi faceva innamorare un po’ di più.
Alle 13:00 mi sono spostato al pontile di Yenbuba, un altro posto in cui le parole per descrivere tanta bellezza erano finite. Anche qui lo snorkeling mi ha regalato incontri straordinari, come un pesce napoleone molto grande, che si riconosce dal bernoccolo sulla fronte.
Dopo una quarantina di minuti sono arrivato a Friwen Island, su una lingua di sabbia bianca e isolata. Mi sono riparato dal sole sotto un albero gigantesco, con il pranzo a sacco, e ci sono rimasto alcune ore. Su quella spiaggia ho incontrato per caso una coppia di amici italiani conosciuti in Australia: non ci eravamo mai visti in Italia e ci siamo ritrovati dall’altra parte del mondo. Alle 17:30 ero di nuovo al Papuarts, giusto il tempo di una birra sul pontile al tramonto.
Cosa portare in valigia
- Repellente. Uso spesso il repellente Jungle nei Paesi tropicali e lo avevo con me anche nella salita verso il capanno degli uccelli del paradiso. Trovi il repellente Jungle su Amazon.
- Protezione solare. Il sole è molto forte e quando fai snorkeling il rischio di scottarsi è alto. Se fai molto snorkeling, meglio una protezione solare resistente all’acqua e, quando possibile, una maglietta UV o un rash guard per ridurre la quantità di crema necessaria.
- Attrezzatura da snorkeling. Nelle escursioni maschera e pinne erano incluse e ho usato quelle, ma se fai snorkeling o diving con regolarità conviene portare la tua attrezzatura.
- Teleobiettivo. Per fotografare gli uccelli del paradiso personalmente consiglio almeno un teleobiettivo da 300 mm. Io non l’avevo con me e me ne sono pentito.
- Fotocamera per l’acqua. Per un ricordo bastano una action cam moderna o una custodia impermeabile per lo smartphone; per foto più professionali serve un’attrezzatura più adatta. Io sott’acqua ho usato la Insta360 X3: non è la più adatta, ma non essendo un appassionato di diving e snorkeling non mi sono mai attrezzato meglio. Dopo questo viaggio potrei cambiare idea. Trovi la Insta360 X3 su Amazon.
- Drone. Insieme alla Insta360 è ciò che ho usato di più, per riprese e foto aeree. A Piaynemo, con il vento troppo forte, ho rinunciato a farlo volare. Guarda il mio drone su Amazon. Durante il mio viaggio non mi è stato richiesto alcun permesso, ma le regole cambiano da Paese a Paese e da zona a zona: prima di volare verifica sempre le norme aggiornate, le eventuali restrizioni locali. Nella mia guida alle app per viaggiare spiego come controllo dove posso volare.
- Rimedi per il mal di mare. Io non ne soffro, ma per chi ne soffre questa non è la destinazione ideale, perché gli spostamenti tra le isole avvengono in barca e alcune sono molto piccole. Oggi esistono tanti rimedi che possono aiutare, ed è un peccato rinunciare a Raja Ampat: chiedi al tuo medico o al farmacista quale fa per te.
Quanti giorni servono per visitare Raja Ampat
Cinque giorni, per la mia esperienza, sono pochi: l’unica cosa negativa del viaggio è stata dover ripartire, perché sarei rimasto diversi giorni, per non dire settimane, per dormire su più isole. Considerando il tempo che serve per arrivare e il mare mosso che può cambiare i programmi, io metterei in conto una decina di giorni, per le varie escursioni e per qualche giornata di relax su una delle isole. Con poco tempo a disposizione, o se vuoi vedere anche altre isole, conta almeno una settimana.
Se ci tornassi, non passerei tutto il tempo in un’unica struttura: dormirei su isole diverse, per godermi paesaggi e fondali diversi senza aspettare le escursioni. Ci tornerò, per esempio per Wayag e Misool, ma anche per stare qualche giorno sull’isola di Kri. Mi è piaciuto tutto, quindi tornerei per tutto e non per qualcosa in particolare.
Conclusione
Di questi giorni a Raja Ampat mi è rimasta soprattutto la sensazione di aver visto un luogo che, almeno per ora, è riuscito a non farsi travolgere dal turismo di massa e dai mega resort di lusso. Mi restano le mille sfumature dell’acqua che cambiavano con le ore del giorno, la vegetazione imponente che ammiravo da ogni angolazione, le albe e i tramonti sul pontile di legno: seduto lì, in silenzio, con le gambe a penzoloni e una tazza di caffè in mano, mentre i pensieri volavano lontani.
Io ci tornerò, per scoprire anche ciò che stavolta non ho visto. E tu, hai già Raja Ampat nella tua lista? Scrivimelo nei commenti e condividi questo articolo con chi sta pianificando il viaggio. Se stai costruendo un itinerario più ampio in Indonesia, leggi anche la mia guida su cosa vedere a Sumatra, quella su cosa vedere a Lombok e quella sulle cascate di Sekumpul a Bali.



