Bukit Lawang: trekking tra gli oranghi nel Gunung Leuser

da Fabio Dentico
Bukit Lawang

C’è un momento che non dimenticherò mai. Ero fermo, immobile, con il teleobiettivo puntato verso un grande maschio di orango a pochi metri da me. La luce filtrava a fatica tra le foglie della foresta pluviale, l’aria era così umida che sembrava quasi solida, e lui mi guardava dritto negli occhi — calmo, consapevole, maestoso. Era il terzo giorno del nostro trekking a Bukit Lawang, nel cuore del Parco Nazionale Gunung Leuser (Gunung Leuser National Park) a Sumatra, Indonesia, e in quel momento ho capito perché avevo fatto migliaia di chilometri per arrivare fin qui.

Bukit Lawang è un piccolo villaggio ai margini della foresta pluviale di Sumatra settentrionale, e rappresenta uno dei posti migliori al mondo per fare trekking nella giungla e vedere gli oranghi di Sumatra nel loro habitat naturale. Non in uno zoo, non in un centro di recupero. Nella giungla, tra i rami di alberi centenari, liberi.

In questo articolo ti racconto tutto quello che devi sapere per organizzare il tuo trekking: come arrivare, quanti giorni dedicarci, come scegliere una guida etica, cosa portare, consigli fotografici per chi ha una reflex in mano e, soprattutto, la mia esperienza di 4 giorni nella giungla del Gunung Leuser con Marika — tra oranghi, gibboni neri, serpenti velenosi e una torta di compleanno inaspettata nel mezzo della foresta.

Menù rapido:
  1. Cosa significa Bukit Lawang e dove si trova
  2. Quando andare a Bukit Lawang
  3. Come arrivare a Bukit Lawang da Medan
  4. Quanti giorni dedicare al trekking degli oranghi
  5. Come scegliere una guida etica per il trekking a Bukit Lawang
  6. Cosa portare nel trekking: la checklist completa
  7. Consigli fotografici per fotografare gli oranghi
  8. Domande frequenti su Bukit Lawang e trekking oranghi Sumatra
  9. La mia esperienza a Bukit Lawang: 4 giorni nella giungla
  10. Vale davvero la pena andare a Bukit Lawang?
 

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Se ancora non mi conosci, sono Fabio, travel blogger e fotografo specializzato in viaggi outdoor e avventure in natura selvaggia. Da anni esploro il mondo zaino in spalla, documentando culture autentiche e percorsi fuori rotta. Condivido solo esperienze vissute in prima persona: consigli pratici, costi reali e errori da evitare. Il mio obiettivo è aiutarti a pianificare viaggi autentici, non farti solo sognare. Seguimi su Instagram per altri contenuti e ispirazione @vitadawanderlust.

Dopo anni di viaggi in giro per il mondo, una cosa l’ho imparata: l’assicurazione viaggio non è un optional. Imprevisti capitano a tutti, anche ai viaggiatori più esperti. In una zona così isolata come la giungla di Sumatra — dove il medico più vicino può essere a ore di cammino — essere coperti non è solo prudenza, è buonsenso. Per te, che leggi Vita da Wanderlust, c’è uno sconto del 10% su Heymondo!

Cosa significa Bukit Lawang e dove si trova

Durante il primo giorno di trekking ho scoperto un dettaglio che mi è rimasto in testa: Bukit Lawang significa letteralmente “la porta sulle colline”. In lingua indonesiana, bukit vuol dire collina e lawang porta. Un nome che descrive perfettamente questo posto: l’ingresso a uno degli ultimi pezzi di foresta pluviale primaria ancora intatti al mondo.

Bukit Lawang si trova a circa 80-90 km da Medan ed è il principale punto d’accesso al Parco Nazionale Gunung Leuser — Patrimonio dell’Umanità UNESCO e uno degli ultimi ecosistemi al mondo dove tigre, elefante, rinoceronte e orango condividono la stessa foresta. Poco prima di entrare nel parco si incontra un cartello con la scritta Bukit Menday, che in indonesiano significa “bella collina”. Guardandosi intorno non è difficile capire il perché.

Bukit Lawang vista dall’alto

Il villaggio sorge lungo le sponde del fiume Bohorok, un corso d’acqua che attraversa la vegetazione con un rumore costante di sottofondo, quasi una colonna sonora che non si interrompe mai. La maggior parte delle guesthouse e dei ristoranti si affaccia sul fiume — un dettaglio che, quando cerchi un posto dove dormire, vale moltissimo.

Una curiosità sul nome: il termine orangutan (o orangotango, come viene spesso italianizzato) deriva dalla lingua malese e significa letteralmente “uomo della foresta”. Orang = persona, utan (forma contratta di hutan) = foresta. Chi ha dato questo nome aveva capito tutto: osservare questi primati da vicino rimanda in modo quasi inquietante alla nostra stessa umanità.

Gli oranghi sono l’unico grande primate che vive fuori dall’Africa, e la loro distribuzione geografica è tra le più ristrette del mondo: esistono solo in due isole, Sumatra e Borneo. Non si tratta però di un’unica specie. Sono in realtà tre specie distinte: l’orango di Sumatra (Pongo abelii), l’orango del Borneo (Pongo pygmaeus), presente sia nella parte indonesiana che in quella malese dell’isola, e l’orango di Tapanuli (Pongo tapanuliensis), identificato solo nel 2017 nella foresta di Batang Toru, nel nord di Sumatra.

Quello che incontrerai a Bukit Lawang è l’orango di Sumatra: più arboreo del cugino del Borneo (la presenza della tigre lo ha reso ancora più diffidente nei confronti del suolo), con un pelo più chiaro e più tendente alla vita sociale rispetto alle altre specie.

Tutte e tre le specie sono classificate dalla IUCN come Critically Endangered — in pericolo critico di estinzione. La causa principale è la deforestazione: negli ultimi 20 anni il Borneo ha perso circa un milione di ettari di foresta all’anno, Sumatra circa 550.000 — quasi sempre per fare spazio a piantagioni di palme da olio. Gli esemplari di orango di Sumatra rimasti allo stato selvatico sono stimati in circa 14.000. Quelli di Tapanuli, meno di 800. Venire qui, scegliere un trekking etico e un operatore che rispetta le regole del parco è anche, concretamente, un modo per contribuire alla loro sopravvivenza.

Quando andare a Bukit Lawang

Tradizionalmente la stagione secca va da maggio a settembre, mentre la stagione delle piogge copre il periodo da ottobre ad aprile. In teoria. In pratica, il clima a Sumatra sta diventando sempre meno prevedibile. Eravamo a settembre — ancora stagione secca — e ha piovuto praticamente ogni giorno, spesso in modo intenso.

La cosa che ho capito, però, è che la pioggia nella giungla non è necessariamente un problema. La foresta diventa ancora più verde e lussureggiante dopo ogni temporale, e gli oranghi continuano a muoversi tra i rami come se nulla fosse. Quello che cambia è il fondo del sentiero: il fango rende le salite molto più scivolose e faticose, soprattutto con uno zaino pesante. Tieni presente che, in ogni caso, stai andando in una foresta pluviale tropicale: un po’ di pioggia fa parte dell’esperienza.

Il mio consiglio: scegli la stagione secca per avere le condizioni migliori, ma preparati sempre all’eventualità della pioggia. Nella checklist più avanti trovi quello che non deve mai mancare nello zaino.

Come arrivare a Bukit Lawang da Medan

Il punto di partenza per raggiungere Bukit Lawang è Medan, la principale città del nord di Sumatra e il suo hub aeroportuale. Da lì hai tre opzioni.

Bus pubblico (l’opzione più economica e autentica)

Il percorso prevede un primo bus Medan–Binjai (circa 2 ore, 60.000 rupie a testa) e poi un secondo mezzo Binjai–Bukit Lawang (circa 1,5-2 ore, 25.000 rupie a testa). Il totale del viaggio si aggira sulle 4-5 ore e il costo non supera i 4-5 euro. Occhio: a noi hanno fatto pagare 40.000 rupie per il secondo tratto, quando il prezzo reale era 25.000. Una differenza minima, ma è il classico tentativo di approfittare dei turisti. Informatevi sul prezzo prima di salire.

Minivan condiviso

Più comodo e diretto, con partenze da Medan e dall’aeroporto. Il costo si aggira tra 10 e 13 euro a persona e il viaggio dura circa 3-4 ore. Puoi prenotarlo in loco o coordinarti direttamente con l’agenzia di trekking. Controlla le opzioni disponibili anche su Bookaway.

Auto privata con conducente

La soluzione più rapida e confortevole, con prezzi che oscillano tra 800.000 e 1.200.000 rupie (circa 45-70 euro) per il trasferimento completo. Utile se siete in più persone o avete molta attrezzatura.

Quanti giorni dedicare al trekking degli oranghi a Bukit Lawang

È probabilmente la domanda più importante che ti farai quando pianifichi il viaggio. La risposta dipende da cosa stai cercando.

1 giorno: possibile ma limitante. La maggior parte dei tour di un solo giorno si svolge nella prima zona del parco, dove vivono oranghi abituati alla presenza umana — discendenti di quelli riabilitati in un centro chiuso nel 1997. Non è un’esperienza disonesta, ma è lontana da quello che la giungla può davvero offrirti. Ed è questo tipo di tour che genera, spesso, le pratiche meno etiche.

2 giorni / 1 notte: la combinazione più comune. Include una notte al campo nella giungla e il rientro in tubing lungo il fiume. Un buon compromesso per chi ha poco tempo ma vuole comunque dormire nella foresta.

3-4 giorni: quello che ti consiglio se ami la natura e vuoi viverla davvero. Più giorni significano sentieri più remoti, possibilità di incontrare oranghi completamente selvatici e tempo per scoprire anche tutto il resto — gibboni, buceri, serpenti, pavoni. Noi abbiamo scelto 4 giorni ed è stata, a tutti gli effetti, una delle esperienze di viaggio più intense e belle che abbia mai vissuto.

5 giorni o più: per i veri avventurieri. Oltre i 5 giorni l’esperienza cambia natura: non si tratta più solo di osservare la fauna, ma di vivere la giungla in modo più primitivo — costruire rifugi, pescare, sopravvivere con quello che la foresta offre. Ho incontrato un ragazzo che aveva fatto 12 giorni e aveva visto gli elefanti di Sumatra. Una storia che ancora mi tormenta un po’.

Marika durante il trekking

Come scegliere una guida etica per il trekking a Bukit Lawang

Non tutte le agenzie che operano a Bukit Lawang lavorano con gli stessi standard, e la differenza tra una buona guida e una cattiva guida non riguarda solo la qualità dell’esperienza — può fare la differenza per la sopravvivenza degli oranghi.

Il Parco Nazionale Gunung Leuser ha regole precise, che le guide certificate ITGA-HPI (Indonesian Tourist Guides Association) sono tenute a rispettare scrupolosamente:

  • Vietato dare cibo agli animali o usare qualsiasi attrattore
  • Vietato usare il flash fotografico
  • Distanza minima dagli oranghi: almeno 10 metri
  • Vietato lasciare rifiuti di qualsiasi tipo nella foresta
  • Vietato toccare o cercare deliberatamente di avvicinarsi agli animali

Alcune agenzie — soprattutto quelle che propongono tour di un solo giorno — non rispettano queste regole. Alimentare gli oranghi per garantire l’avvistamento sembra un gesto innocuo, ma il contatto ravvicinato con gli esseri umani può trasmettere malattie agli oranghi: persino un raffreddore può risultare letale per loro. Studi scientifici hanno confermato questo legame, e Bukit Lawang ha registrato in passato uno dei tassi di mortalità degli oranghi più alti dell’Indonesia proprio per questo motivo.

Quando ho chiesto perché il primo giorno fosse relativamente facile avvistare gli oranghi, la spiegazione della guida è stata onesta: nella prima parte del parco si trovano oranghi “semi-selvatici”, discendenti di quelli del centro di riabilitazione chiuso nel 1997, che si sono adattati nel tempo alla presenza umana. Oltre il fiume Bohorok, invece, si entra in un habitat più autentico dove gli avvistamenti diventano rari e ogni incontro è davvero imprevedibile.

Noi abbiamo scelto The Jungle Guide, un’agenzia con guide locali certificate e una forte attenzione all’etica. Il manager Samy è stato disponibile e trasparente fin dal primo contatto, rispondendo a ogni mia domanda con pazienza. Sul loro sito trovi tutto: tour disponibili, costi aggiornati e come prenotare. Consiglio di contattarli direttamente prima di arrivare a Bukit Lawang, almeno in alta stagione.

Un red flag da tenere a mente: se un’agenzia ti garantisce al 100% l’avvistamento degli oranghi, lascia perdere. Le uniche garanzie vengono da pratiche scorrette. La natura non si prenota.

Con il team di The Jungle Guide

Cosa portare nel trekking a Bukit Lawang: la checklist completa

Lo zaino è una questione seria per il trekking nella giungla. Io ne avevo uno da circa 35 litri con dentro — tra attrezzatura fotografica e vestiti — circa 13 kg. Te lo dico chiaramente: ogni kg in più lo sentirai moltissimo, soprattutto nelle salite ripide con il fango sotto le suole e il 90% di umidità nell’aria. Porta lo stretto necessario.

Abbigliamento

  • Pantaloni da trekking lunghi (quelli con la zip che diventano shorts sono perfetti)
  • Camicia a maniche lunghe per proteggersi da insetti e vegetazione
  • Magliette tecniche che si asciugano rapidamente — almeno 2
  • T-shirt di ricambio
  • Bermuda per il campo e il fiume
  • Impermeabile leggero (indispensabile, anche in stagione secca)
  • Cappello
  • Scarpe da trekking con suola antiscivolo robusta
  • Infradito per il campo e per guadare il fiume

Attrezzatura e accessori

Per i pagamenti, io ho usato Wise per effettuare un bonifico diretto in rupie dall’app — praticissimo, zero commissioni, nessun problema con i prelievi in contanti per cifre elevate. Se non ce l’hai ancora, è uno strumento che ti cambierà la vita in viaggio.

Consigli fotografici per fotografare gli oranghi a Bukit Lawang

Fotografare nella foresta pluviale è una sfida tecnica non indifferente. La luce sotto la canopia è scarsa, i soggetti si muovono velocemente tra i rami, e l’umidità è nemica di qualsiasi obiettivo. Ecco quello che ho imparato a mie spese durante 4 giorni nella giungla del Gunung Leuser.

Attrezzatura per fotografare gli oranghi a Bukit Lawang

Ho usato una Sony A7RV con il Tamron 150–500 mm F/5–6.7 per gli oranghi e la fauna in quota — non il massimo in termini di luminosità, ma un buon compromesso tra dimensioni, peso, qualità e prezzo, soprattutto per chi viaggia mesi interi e non può (o non vuole) portarsi un tele più luminoso, inevitabilmente più costoso e pesante. Come seconda fotocamera, una Sony A7II con zoom 28–200 mm per la vegetazione e i soggetti più vicini. Un teleobiettivo lungo è quasi indispensabile se vuoi foto di qualità senza avvicinarti troppo agli animali — che è anche la cosa eticamente corretta da fare.

Impostazioni consigliate sotto la canopia

Non avere paura di alzare gli ISO: nella foresta, anche in piena giornata, lavorerai spesso con ISO 3200–6400. Prediligi la priorità di diaframma (apertura massima), velocità dell’otturatore non inferiore a 1/500 per congelare i movimenti, e scatta sempre in RAW — il recupero delle alte luci in post può fare davvero la differenza.

Il problema del fogging delle lenti

Quando si cambia obiettivo all’aperto in un ambiente umido, il vetro si appanna istantaneamente. È successo anche a me al quarto giorno, proprio quando avevo finalmente avvistato il Bucero Rinoceronte. La soluzione: cambia le lenti il meno possibile e, quando devi farlo, fallo in un posto riparato. Porta le ottiche non in uso in una borsa ermetica o in un sacchetto sigillato.

Scattando foto agli oranghi

Domande frequenti su Bukit Lawang

Cosa significa orangutan (o orangotango)?

Orangutan è una parola di origine malese che significa letteralmente “uomo della foresta”: orang = persona, utan (da hutan) = foresta. In italiano viene spesso italianizzato in “orangotango”, ma il termine più preciso e utilizzato anche in campo scientifico è orangutan. L’orango di Sumatra (Pongo abelii) è una specie a sé rispetto all’orango del Borneo, più rara e più a rischio di estinzione: si stima che ne rimangano meno di 15.000 esemplari allo stato selvatico.

È garantito vedere gli oranghi a Bukit Lawang?

No, e diffida di chiunque ti dica il contrario. Gli animali selvatici vivono in un habitat vastissimo e imprevedibile — niente è garantito. Detto questo, la probabilità di avvistamento a Bukit Lawang è alta, specialmente nella prima parte del parco dove si trovano oranghi semi-selvatici. Più giorni trascorri nella foresta, più aumentano le possibilità di incontro in zone più remote e autentiche.

Quanto costa il trekking a Bukit Lawang?

Un trekking etico di 2-3 giorni con pernottamento si aggira intorno ai 120-150 euro a persona, tutto incluso: guida certificata, assistente, pasti, attrezzatura da campo e ingresso al parco. Per prezzi aggiornati e pacchetti disponibili ti rimando direttamente al sito di The Jungle Guide, l’agenzia che abbiamo scelto noi.

Bukit Lawang o Ketambe: dove vedere gli oranghi a Sumatra?

Ketambe è un piccolo villaggio sul versante occidentale del Gunung Leuser National Park e rappresenta l’alternativa più selvaggia a Bukit Lawang: lì gli oranghi sono completamente selvatici, senza popolazioni semi-abituate alla presenza umana, i gruppi di trekking sono piccoli e quasi non ci sono turisti di passaggio. Il rovescio della medaglia è che gli avvistamenti sono molto meno prevedibili e l’accessibilità è decisamente più complicata — Ketambe si trova a circa 240 km da Medan, contro gli 80-90 km di Bukit Lawang.

Bukit Lawang è più accessibile, meglio organizzata sul fronte logistico e offre — scegliendo una guida etica — un’esperienza straordinaria. Non ho fatto Ketambe di persona, quindi non posso confrontare direttamente. Quello che posso dirti è che da Bukit Lawang sono tornato con quasi una ventina di avvistamenti di oranghi, di cui tre grandi maschi, e nessun rimpianto.

In sintesi: se hai più tempo e vuoi un’esperienza più remota con avvistamenti meno prevedibili, Ketambe. Se vuoi un buon equilibrio tra accessibilità, organizzazione e alta probabilità di vedere gli oranghi di Sumatra, Bukit Lawang.

Orango di Sumatra

Ci sono pericoli reali nel trekking nella giungla?

Con una guida certificata e rispettando le regole del parco, i rischi sono gestibili. Sanguisughe, serpenti velenosi e sentieri scivolosi sono realtà da mettere in conto — siamo nella giungla, non in un parco cittadino. L’animale più pericoloso è statisticamente la zanzara. I grandi predatori come tigre ed elefante esistono nel parco, ma vederli durante un trekking standard è talmente improbabile da essere quasi un evento leggendario.

La mia esperienza a Bukit Lawang: 4 giorni nella giungla del Gunung Leuser

Lasciata Bali, uno scalo notturno a Singapore e poi Medan: l’isola di Sumatra ci aspettava. Atterrati all’aeroporto di Medan, la prima colazione è stata con il kopi bun — una brioche soffice con una crosta di burro e caffè in superficie, tipica di Medan e di tutto il Sud-est asiatico.

Da Medan a Bukit Lawang: bus, sorpassi e piantagioni di palme

Avevamo pensato di fermarci qualche ora a Medan, poi abbiamo cambiato idea. Zaini in spalla, siamo andati direttamente alla stazione dei bus. Il primo mezzo — comodo, con l’aria condizionata — ci ha portati a Binjai in circa due ore, per 60.000 rupie a testa. Il secondo era un’altra storia: un bus caldo e affollato, con un autista convinto di partecipare a una gara automobilistica, che ci ha portati a destinazione per 40.000 rupie a testa. Solo dopo abbiamo scoperto che avremmo dovuto pagarne 25.000. Pochi spiccioli di differenza, ma è una cosa che non sopporto: approfittare degli stranieri.

Lungo la strada ho visto qualcosa che non mi ha lasciato indifferente: chilometri e chilometri di piantagioni di palme da olio al posto di quella che, fino a poco tempo fa, era foresta primaria. La deforestazione di Sumatra è una delle più rapide al mondo, e la si capisce visivamente già dopo poche ore dall’arrivo. Una ferita aperta e silenziosa.

Le palme da olio che circondano Bukit Lawang e il parco nazionale

I primi giorni nel villaggio

Un tuk tuk ci ha portati alla guesthouse che avevamo prenotato su Booking.com — una struttura semplice ed economica con affaccio diretto sul fiume Bohorok. Il rumore dell’acqua che scorreva sotto la finestra è stato il primo segnale che eravamo nel posto giusto.

Il primo impatto con il gestore è stato cordiale. Fino a quando ha scoperto che avevamo già prenotato il tour con un’altra agenzia. Il suo atteggiamento è cambiato di colpo, fino al punto da chiamare il manager di The Jungle Guide per avere un diverbio con lui — come se quel povero ragazzo avesse qualche colpa. L’ho trovato fuori luogo, ma non ha scalfito l’entusiasmo. L’economia di Bukit Lawang ruota quasi interamente sul turismo, e c’è un tacito accordo tra strutture e agenzie locali che, evidentemente, noi avevamo infranto senza saperlo.

Quella sera, mentre cenavamo in un ristorante raggiungibile attraverso un ponte sospeso sulla sponda opposta del Bohorok, è scoppiato un temporale violento. Il livello del fiume si è alzato di colpo, in modo visibilmente preoccupante. I ragazzi del posto continuavano a tuffarsi e a giocare nell’acqua come se nulla fosse. Per loro era normalità.

I tre giorni successivi li abbiamo passati a esplorare Bukit Lawang, e il villaggio mi ha sorpreso. Non c’è molto da fare — la maggior parte dei turisti arriva, vede gli oranghi e riparte — ma chi si ferma qualche giorno in più capisce che il posto ha un’anima propria. Artigiani che lavorano il legno con una cura impressionante: ho visto dipinti così dettagliati e realistici da sembrare fotografie. Famiglie che passavano la domenica lungo il fiume con gonfiabili, pranzo al sacco e musica. Ragazzi che si tuffavano nell’acqua bassa. Curiosità genuina verso di noi — molti si fermavano a chiacchierare, soprattutto quando vedevano la macchina fotografica, e mi chiedevano di fotografarli.

Gli abitanti di Bukit Lawang

Bukit Lawang è letteralmente alle porte della foresta, e molti animali — soprattutto macachi — si avventurano tra le abitazioni in cerca di cibo. Un avviso pratico: non lasciare mai nulla di commestibile fuori dalla tua stanza, altrimenti ti ritroverai con ospiti indesiderati piuttosto determinati.

Tra un’osservazione e l’altra, ho avvistato per la prima volta la Thomas’s leaf monkey (presbite di Thomas): un primate bellissimo dal pelo grigio, il dorso bianco e una cresta caratteristica che la rende inconfondibile. Stava appollaiata su un albero a pochi passi da noi, completamente indifferente alla nostra presenza.

Giorno uno: entriamo nella giungla del Gunung Leuser

Il mattino del trekking eravamo al lodge di The Jungle Guide, il punto di partenza dell’avventura. Mentre aspettavamo il caffè, chiacchierando con Samy, i ragazzi che stavano lavorando sul sentiero hanno trovato un serpente nascosto tra la vegetazione: un Tropidolaemus wagleri, la vipera di Wagler. Una specie arboricola velenosa originaria del Sud-est asiatico, con un corpo verde mimetizzato perfettamente tra le foglie. I maschi giovani sono snelli e verde brillante, le femmine più robuste con bande gialle irregolari. Ci siamo catapultati tutti lì. Spettacolare. L’avventura era già cominciata ancora prima di entrare nel parco.

Eravamo in quattro: io, Marika, la guida davanti e l’assistente a chiudere il gruppo. Nel Gunung Leuser vivono anche l’elefante di Sumatra, il rinoceronte e la tigre — vederli durante un trekking di 4 giorni è quasi impossibile, ma sapere che ci sono cambia il modo in cui cammini.

Lungo il sentiero, poco prima dell’ingresso ufficiale del parco, abbiamo incontrato le prime tracce di vita locale: alberi del caucciù con la corteccia raschiata, un piccolo solco inciso nel legno e una mezza noce di cocco inchiodata alla base a raccogliere il lattice bianco. La guida ha spiegato che le guide stesse usano quel lattice per fabbricarsi le scarpe, ideali per la giungla e per guadare i fiumi. Camminare in questi posti è interessante anche per questo: capisci come vivono, come vivevano i loro antenati, come si procuravano il necessario.

Su un albero alle nostre spalle, una famiglia di macachi era intenta nel grooming — la toelettatura reciproca con cui i primati rafforzano i legami sociali del gruppo. Mi sono avvicinato il più possibile, cercando l’inquadratura giusta. Ero completamente sudato, gli occhi che bruciavano per il sudore, e ho scattato quasi per istinto. Non sapevo ancora che quella foto, qualche mese dopo, sarebbe stata pubblicata sulla rivista italiana del National Geographic.

Famiglia di macachi durante il grooming. Foto pubblicata sul National Geographic
Vipera di Wagler
Orango tra gli alberi del Gunung Leuser

Poco dopo l’ingresso nel parco, una guida di un altro gruppo ha segnalato via radio la presenza di oranghi. Nel giro di pochi minuti una ventina di turisti si è ritrovata ferma, con la testa all’insù. Li ho intravisti che si spostavano lentamente tra le foglie. Poi, all’improvviso, una femmina si è lanciata giù da un albero per raccogliere delle banane da terra: le ha afferrate in un attimo ed è risalita velocissima. È successo a trenta centimetri da noi. Non sono riuscito a fotografare nulla — è stato tutto troppo rapido e inaspettato — ma l’emozione era palpabile.

Solo in seguito ho scoperto una cosa che mi ha fatto riflettere: nel Gunung Leuser National Park non crescono banani. Le banane nel parco non sono flora selvatica — sono quasi sempre residui lasciati da turisti o, peggio, esca messa appositamente da guide che non rispettano le regole. Eravamo nella zona degli oranghi semi-selvatici, vicino all’ingresso del parco: esattamente quella frequentata dai tour di un solo giorno, quelli che come ho scritto sopra generano spesso le pratiche meno etiche.

Più avanti, dopo aver lasciato indietro gli altri gruppi, ho sentito il battito d’ali del Bucero Rinoceronte in lontananza. Un suono inconfondibile, pesante e ritmico, che non assomiglia a nessun altro uccello. Ho alzato subito lo sguardo — niente. Mi sono ripromesso di non smettere di cercare.

Dopo il pranzo nella foresta — nasi goreng con uovo fritto, cetrioli, pomodori e chips, seduti per terra già abbastanza provati — abbiamo avvistato anche un Argo maggiore (Argusianus argus), un grande fagiano dalla livrea straordinaria tipico delle giungle del Sud-est asiatico. Poi la guida mi si è avvicinata: avevano localizzato un grande maschio poco lontano. Abbiamo lasciato gli zaini e avanzato più leggeri lungo una ripida discesa. Eccolo: un grande maschio, le caratteristiche flange guanciali allargate, dormiva su un ramo alto. Abbiamo aspettato in silenzio assoluto. Dopo qualche minuto si è avvicinata una femmina. Si sono accoppiati, lei se n’è andata, lui è rimasto lì e mi ha regalato degli scatti che non avrei immaginato di fare.

Ma non era finita. Mentre riprendevamo il cammino, la guida dell’altro gruppo che aveva camminato con noi ha intercettato due mamme con cuccioli, un giovane maschio, altri cinque o sei oranghi e, sullo sfondo, un altro grande maschio. Forse infastidito dalla nostra presenza, ha iniziato a spostarsi rapidamente tra i rami — poi è sceso a terra. Ha camminato verso di noi a passo lento, le lunghe braccia oscillanti, tutta la sua imponenza dispiegata. Le guide ci hanno fatto indietreggiare piano, passo dopo passo, finché non si è fermato, soddisfatto di averci allontanati, ed è risalito su un grosso albero. Ho tenuto il respiro per tutto il tempo.

Il primo campo era un posto basilare lungo il fiume: materassini, sacco lenzuolo, bagno all’aperto condiviso. Niente lusso. Ma dopo ore di cammino, un bagno nel Bohorok e una tazza di caffè al tramonto valevano quanto un hotel a cinque stelle.

Argo maggiore
Orango al Gunung Leuser Nation Park – Sumatra
Relax al primo accampamento

Giorno due: il mio compleanno nella giungla

Sveglia all’alba, colazione veloce e i piedi direttamente nell’acqua: la prima parte del secondo giorno si è svolta lungo il fiume, finalmente in piano. Poi abbiamo rimesso le scarpe e siamo risaliti in foresta per quella che è stata la parte più faticosa di tutto il trekking: una salita lunga e continua, con fondo viscido, zaino pesante e un’umidità tale che non riuscivi a distinguere il sudore dalla pioggia. Erano entrambe le cose, in realtà. La mattina, tutti gli oggetti lasciati fuori dallo zaino erano completamente bagnati — anche quello che non avevo nemmeno toccato.

La giungla quel giorno aveva deciso di regalarmi qualcosa di speciale per il mio compleanno. Stavamo camminando quando l’assistente della guida — un ragazzo del posto che non parlava inglese ma aveva occhi acutissimi — ha indicato in silenzio su un ramo: due gibboni neri, una madre con il figlio. La guida ci ha avvertiti di tenere gli zaini stretti al corpo: i gibboni sono velocissimi e possono portarti via un oggetto senza che tu te ne accorga. Stavo cercando l’inquadratura giusta con il teleobiettivo quando ho sentito qualcosa sul collo. Una sanguisuga aveva trovato la sua colazione.

Gunung Leuser National Park
Una mamma di Gibbone nero con il suo cucciolo

Al secondo campo, quella sera, Marika mi ha fatto una sorpresa. In accordo con la gentilissima proprietaria di The Jungle Guide, aveva organizzato una piccola torta con le candeline. Nel mezzo della giungla, senza acqua corrente, con gli abiti inzuppati di umidità e qualche sanguisuga già nel curriculum della giornata. È stato uno dei compleanni più belli ed emozionanti della mia vita. Ne avevo già festeggiato uno nella giungla amazzonica boliviana e mi ero promesso di replicare. Promessa mantenuta.

Giorno tre: l’incontro che ricordo di più

Il terzo giorno è stato quello più silenzioso in termini di avvistamenti: nella parte più remota del parco, gli animali si muovono con meno regolarità. In lontananza, il canto melodioso del gibbone bianco ci ha accompagnati per ore — insistente, bellissimo, irraggiungibile. Non siamo riusciti a vederlo, e mi è rimasto un piccolo rammarico.

Poi la guida ha intercettato tra la fitta vegetazione un grande maschio intento a mangiare il durian — il frutto dal profumo pungentissimo amato dagli oranghi. Ci siamo avvicinati in silenzio, facendoci spazio tra foglie, liane e radici, mentre Marika restava un po’ più indietro con l’assistente per sicurezza. Era solo. Stava mangiando con quella concentrazione lenta e metodica che hanno solo i primati. Poi ha alzato gli occhi verso di me.

Un grande maschio di orango

C’era poca luce tra le foglie, nessun tempo di cambiare le impostazioni della macchina. Ho scattato comunque, tenendo il respiro. Lui si è avvicinato ancora, aprendo le braccia in un gesto che non lasciava dubbi sul significato. Ho capito. Con calma, senza gesti bruschi, mi sono allontanato. Ogni volta che ripenso a quel momento, rivedo quei due occhi attraverso il teleobiettivo. C’era qualcosa di antico e riconoscibile in quello sguardo.

Giorno quattro: il Bucero e il ritorno in acqua

L’ultimo giorno ci ha subito riservato un regalo inatteso. Mentre stavamo facendo colazione sul bordo del fiume, la guida di un altro gruppo ha indicato in alto un punto tra le foglie: un Bucero Rinoceronte, finalmente. Era lontanissimo, nascosto nella vegetazione in modo tale che ancora oggi non saprei spiegare come sia stato avvistato. Ho lasciato tutto, sono corso a prendere la macchina fotografica — con l’obiettivo completamente appannato dall’umidità, il classico errore che si paga caro quando si cambia lente all’aperto nella foresta pluviale. Ho scattato lo stesso, con quello che avevo. Non era la foto che sognavo, ma il momento era lì.

Prima di rientrare, ci siamo fermati a una piccola cascata con piscina naturale. Acqua fresca, verde ovunque, silenzio. Uno di quei momenti che non richiedono parole.

Il ritorno a Bukit Lawang è stato adrenalina pura. Invece di rientrare a piedi, ci siamo seduti su grandi gonfiabili — camere d’aria di camion legate insieme, quello che qui chiamano affettuosamente jungle taxi — e siamo scivolati lungo il Bohorok tra correnti, schizzi e grida di gioia. Gli zaini erano stati sigillati in spessi sacchi di plastica e legati ai gonfiabili: all’arrivo, tutto era perfettamente asciutto. Organizzati alla perfezione.

Bucero Rinoceronte
Jungle taxi

Dopo 4 giorni e 3 notti nella giungla del Gunung Leuser, avevamo visto: una ventina di oranghi di cui 3 grandi maschi, diversi macachi, numerosi avvistamenti di presbite di Thomas, alcuni serpenti (tra cui la vipera di Wagler già al giorno zero), 2 Buceri rinoceronte, 2 scoiattoli, 2 gibboni neri, 3 varani, 1 Argo maggiore, 1 tartaruga di terra, varie specie di uccelli e — aggiungo con affetto — infinite zanzare. Mi sono seduto su una sedia di bambù guardando il fiume scorrere e ho pensato che non avrei voluto essere da nessun’altra parte.

Vale davvero la pena andare a Bukit Lawang?

Sì. Senza se e senza ma.

Bukit Lawang non è solo un posto dove andare a vedere gli oranghi e tornare a casa con qualche foto. È un posto che ti cambia il ritmo del respiro, che ti mette davanti a qualcosa di antico e fragile al tempo stesso. Un ecosistema che esiste ancora — per miracolo, per fortuna, per la tenacia di chi lo difende — nonostante le piantagioni di palme da olio mangino foresta ogni anno. Andarci è anche, in qualche modo, un atto di attenzione verso quello che rischia di non esserci più.

E poi c’è il resto: la semplicità di un caffè sul fiume, un primate che ti guarda negli occhi attraverso il teleobiettivo, una torta di compleanno nella foresta con le candeline e il canto dei gibboni in lontananza. Cose che non si dimenticano. Cose che non si comprano, ma che si guadagnano camminando nella giungla con uno zaino troppo pesante e le scarpe piene di fango.

Se stai pianificando un viaggio in Indonesia e vuoi un’esperienza che vada oltre le spiagge di Bali, Sumatra e il Gunung Leuser sono la risposta. Dedica almeno 3-4 giorni al trekking, scegli una guida etica e rispetta la distanza dagli animali. Il resto lo farà la giungla.

Sei stato a Bukit Lawang o stai pensando di andarci? Lascia un commento qui sotto, rispondo sempre. E se questo articolo ti è stato utile, condividilo — non sai quanto può aiutare chi sta pianificando il viaggio.

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