Arrivai a Bogotá con la macchina fotografica già in mano, convinto che filmare tutto fosse il mio modo di fare fotografia di viaggio. Riprendevo ogni cosa: i quartieri che avevo segnato sulla mappa, la gente per strada, ogni scena che mi sembrava degna di finire in un video. A un certo punto mi accorsi che tutti mi guardavano. Non con ostilità, con una certa diffidenza. Ero uno straniero con un’attrezzatura puntata sulla loro vita quotidiana. Non mi sentivo a mio agio. La macchina al collo, gli occhi addosso: c’era qualcosa di sbagliato in quel modo di stare in un posto che non sentivo mio. Abbassai tutto, tornai sui miei passi.
Era uno dei miei primi giorni in Sud America e già il mio approccio alla fotografia di viaggio stava scricchiolando. Avevo deciso mesi prima che avrei fatto video di tutto, che avrei costruito un vlog, che avrei raccontato il viaggio settimana dopo settimana. Ci ho provato. Quello che è rimasto sono hard disk pieni di file che non ho mai aperto.
Sono Fabio, travel blogger e fotografo specializzato in viaggi outdoor e avventure in natura selvaggia. Da anni esploro il mondo zaino in spalla, documentando culture autentiche e percorsi fuori rotta. Condivido solo esperienze vissute in prima persona: consigli pratici, costi reali e nessun filtro. Il mio obiettivo è aiutarti a pianificare viaggi autentici, non farti solo sognare. Seguimi su Instagram per altri contenuti e ispirazione @vitadawanderlust.
Forse un po’ tardi, ma l’ho capito
Prima di cambiare Paese, durante quel lungo giro in Sud America, mi sedevo e registravo un video recap: quello che avevo visto, quello che mi era successo, quello che avevo vissuto. Lo facevo perché credevo fosse la strada giusta. Ma mentre giravo sapevo già che il materiale non bastava, che mancavano i pezzi, che non avrei mai avuto qualcosa di cui essere fiero. La voglia di montare era zero. E la voglia di mostrarmi era ancora meno.
Quei file esistono ancora, da qualche parte su un hard disk. Contengono pezzi di Paesi che ho attraversato con la macchina in mano invece di guardarli davvero. Li ho lasciati lì. Non li ho mai aperti.
Poi c’erano i trek. La Ciudad Perdida in Colombia, il Salkantay in Perù. Lì era diverso: sentivo che quei momenti meritavano di essere raccontati anche in video, che avevo qualcosa da dire e il materiale per dirlo. Ma erano eccezioni. E capire la differenza tra un’eccezione e una regola ha richiesto tempo.
Avevo visto altri vlogger e creduto che quella fosse anche la mia vocazione. Mi sbagliavo. Se non l’avessi provato in prima persona avrei ancora quell’idea in testa. L’ho capito forse un po’ tardi. Ma l’ho capito.
Con Marika, a Siargao
Di tutti i tramonti del nostro mese alle Filippine, ho usato la macchina fotografica una volta sola.
Gli altri erano fatti così: una palla arancione che scendeva lenta dietro le mangrovie, dipingeva il cielo di colori caldi e si rifletteva sull’acqua piatta dell’isola. I piedi nella sabbia, con musica dal vivo in sottofondo, e noi, immersi nei pensieri o a parlare di noi, con quel tipo di silenzio che si costruisce solo dopo un po’ di tempo insieme.
Non avevo voglia di alzare la macchina. Non perché ci avessi ragionato su: semplicemente non ne avevo bisogno.
È successo lo stesso durante i road trip in Australia Occidentale, la sera, mentre preparavamo la nostra rooftop e la cena in uno dei parchi nazionali del Western Australia. I versi dei pappagalli, il richiamo dei kookaburra, il profumo degli eucalipti nell’aria secca del tramonto. Sono momenti in cui la macchina resta nello zaino non per disciplina, ma perché stai già ricevendo tutto quello che quel posto ha da darti. Aggiungere qualcosa sarebbe stato togliere.
Ho scritto altrove di come cambia il modo di stare in un viaggio quando si passa dalla solitaria alla coppia. Con Marika ho capito che la presenza è una scelta attiva. E a volte costruirla significa lasciare la macchina nello zaino.
In natura la fotografia di viaggio torna ad avere senso
La natura è diversa. Lì la macchina fotografica la porto sempre: è lì che la fotografia di viaggio torna a essere qualcosa di mio, senza l’ansia di documentare per forza.
Non c’è una regola fissa: a volte arrivo, scatto subito, poi mi siedo a guardare. A volte faccio il contrario: prima sto, poi fotografo. Dipende da quello che ho davanti, da come mi sento, da quanto tempo ho. Quello che non sento più è la pressione di tornare con più fotografie possibili.
A James Price Point, sulla costa nord-ovest dell’Australia Occidentale, avevo impostato un timelapse su un treppiede prima di cena. La macchina lavorava da sola: uno scatto ogni trenta secondi, sotto la via lattea. Fuoco acceso, silenzio intorno, il mare poco distante. Io ero seduto, mangiavo, guardavo il cielo.
Quel timelapse lo rivedo ancora ogni tanto. Non è tecnicamente perfetto. Ma ogni volta che lo guardo torno a quella sera con una nitidezza che la memoria da sola non avrebbe garantito. Non serve documentare tutto: serve documentare quello giusto.
A Bukit Lawang, in Sumatra, una mattina un grosso maschio di orango si avvicinò camminando a terra, un comportamento insolito, chiaramente minaccioso. Avrei voluto fotografarlo. La situazione non lo permetteva: bisognava indietreggiare con calma, senza movimenti bruschi, senza distrazioni. Abbassai la macchina. Quella scena non l’ho mai scattata, ma la ricordo con una precisione che nessuna fotografia avrebbe aggiunto.
I fotolibri e il profumo della carta
Le foto dei viaggi più importanti le stampiamo in fotolibri. Non tutti i viaggi: quelli che sentiamo come capitoli veri, quelli che vogliamo tenere da qualche parte di più solido di uno schermo.
Sfogliarli insieme a Marika, fermarsi su una foto e ricordare com’era l’aria quel giorno, com’era la luce: non è nostalgia, è il nostro modo di tenere i ricordi in vita. È lo stesso motivo per cui preferisco un libro cartaceo a un ebook. Una foto su schermo scorre. Una foto stampata rimane.
Conclusione
Non ho smesso di fotografare. Ho smesso di fotografare tutto.
La differenza sembra piccola ma non lo è. Ogni scatto che scelgo adesso vale più di cento fatti per abitudine o per ansia da documentazione. E i momenti che non fotografo, i tramonti a Siargao, le sere nei parchi australiani, le cene con Marika: non li perdo. Li vivo, e basta.
L’ho capito forse un po’ tardi. Ma l’ho capito.
Se anche tu hai vissuto un percorso simile, raccontamelo nei commenti. E se vuoi leggere come è cambiato il mio approccio agli incontri con la fauna selvatica, trovi qualcosa di cui vale la pena parlare nell’articolo sul turismo animale etico.

