Fotografia naturalistica: quello che ho imparato davvero sul campo

da Fabio Dentico
Fotografia naturalistica

C’è un momento, nella fotografia naturalistica, in cui tutto il rumore del mondo scompare. Lo ricordo bene: mattina inoltrata nella giungla di Sumatra, il grande maschio di orango che dormiva su un ramo a una decina di metri da terra, la schiena rivolta verso di noi. Mi sono seduto in silenzio, la macchina fotografica in mano, il respiro trattenuto. Non so quanto tempo sia passato. A un certo punto si è svegliato, si è girato, e sbadigliando ha mostrato i suoi lunghi canini bianchi in tutta la loro magnificenza. Uno scatto che porterò con me per sempre.

Quella mattina mi ha confermato qualcosa che avevo imparato lentamente, viaggio dopo viaggio: la fotografia naturalistica non si improvvisa. Richiede pazienza. Ma anche studio. Conoscenza degli animali. Dei loro ritmi stagionali. Degli ambienti in cui vivono. Se stai cercando attrezzatura, impostazioni e consigli reali dal campo, sei nel posto giusto.

In questo articolo ti racconto quello che ho imparato dagli avvistamenti in Africa alle giungle del Sud-est asiatico, passando per il Pantanal, la Romania e i boschi d’Abruzzo: dall’attrezzatura che uso alle impostazioni che preferisco, fino al comportamento da tenere quando un soggetto selvatico è a pochi metri da te.

In questo articolo
  1. L’attrezzatura per la fotografia naturalistica in viaggio
  2. Impostazioni per la fotografia naturalistica: otturatore, ISO e diaframma
  3. Il sistema autofocus per gli animali selvatici
  4. Sul campo: comportamento, abbigliamento e posizione
  5. Luce e orari: quando fotografare per i risultati migliori
  6. La pazienza come elemento fondamentale
  7. Gli errori più comuni e cosa ho imparato
  8. Post-produzione: il flusso di lavoro in Lightroom
  9. Come iniziare con la fotografia naturalistica
  10. Domande frequenti sulla fotografia naturalistica
  11. Conclusione

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Sono Fabio, travel blogger e fotografo specializzato in viaggi outdoor e avventure in natura selvaggia. Da anni esploro il mondo zaino in spalla, documentando culture autentiche e percorsi fuori rotta. Condivido solo esperienze vissute in prima persona: consigli pratici, costi reali e nessun filtro. Il mio obiettivo è aiutarti a pianificare viaggi autentici, non farti solo sognare. Seguimi su Instagram @vitadawanderlust.

A Sumatra ero nel mezzo della giungla con un’umidità al limite del sopportabile e attrezzatura fotografica da migliaia di euro sulle spalle. Se qualcosa fosse andato storto, ero lontano da tutto. Da allora non parto mai senza una copertura assicurativa solida. Uso Heymondo: copre le emergenze mediche, i ritardi e, dettaglio non banale, anche i danni all’attrezzatura fotografica. Per te, che leggi Vita da Wanderlust, c’è uno sconto del 10% su Heymondo!

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L’attrezzatura per la fotografia naturalistica in viaggio

Partiamo dall’argomento che tutti vogliono sapere, anche se la mia risposta probabilmente sorprenderà: l’attrezzatura è importante, ma non è quello che fa la differenza. La differenza la fai tu. La macchina esegue. Vedere, invece, è un’altra cosa.

Detto questo, avere il setup giusto aiuta, e non poco. Io uso una Sony A7R V abbinata a un Tamron 150-500mm f/5-6.7. Il Tamron non è il teleobiettivo più luminoso in circolazione, e ne sono pienamente consapevole. Soffre un po’ in condizioni di scarsa luce. Ma per chi viaggia con due zaini è il miglior compromesso che ho trovato: lunghezza focale flessibile, peso gestibile, prezzo che non costringe a ipotecare il futuro. Sufficiente per fotografare grandi mammiferi a media distanza e uccelli in condizioni di buona luce.

Per la stabilità uso un treppiede leggero in carbonio. Non è il supporto ideale per la fotografia naturalistica spinta, ma è quello che riesco a portare ovunque senza complicarmi la vita. Diverso il discorso se si organizzano uscite dedicate esclusivamente alla fotografia: in quel caso vale la pena investire in un cavalletto più robusto.

Due accessori che ho aggiunto nel tempo e che non lascerei mai a casa. Il primo è una custodia protettiva in morbido silicone per il corpo macchina: date le condizioni in cui certe volte mi ritrovo a scattare, tra umidità, pioggia e terreni ostili, è una protezione semplice ma concreta. Il secondo è una scheda di memoria ad alta velocità di scrittura (UHS-II V90 o CFexpress, se vuoi il massimo delle prestazioni). Se la scheda non riesce a memorizzare abbastanza in fretta, durante le raffiche rischi di perdere momenti preziosi o di non sfruttare al meglio il potenziale del corpo macchina. Non è il posto dove risparmiare.

La cosa che rimpiango di più, guardando indietro, è non aver avuto questo setup ai tempi dei miei 14 mesi di backpacking in Sud America. Avevo con me solo una Sony A7II e un 28-70mm: ogni avvistamento nel Pantanal o in Amazzonia era meraviglioso come esperienza, ma spesso frustrante. I soggetti erano troppo lontani, lo zoom non bastava. Ho imparato a godermi l’incontro anche senza l’immagine perfetta, ma quella frustrazione mi ha insegnato quanto cambia avere lo strumento adatto.

L’obiettivo a lungo termine, quando il budget lo permetterà, è un teleobiettivo più luminoso. Prima o poi arriverà anche quello.

Giovane elefante in Sud Africa

Impostazioni per la fotografia naturalistica: otturatore, ISO e diaframma

Scatto quasi sempre in modalità manuale. Non perché sia la scelta più comoda, ma perché in natura le variabili cambiano continuamente e devo essere io ad adattarmi alle condizioni che trovo, non il contrario.

La prima cosa che imposto è il diaframma alla massima apertura disponibile, per raccogliere quanta più luce possibile e ottenere quello sfondo sfocato che isola il soggetto dall’ambiente. Con il Tamron 150-500mm questo significa f/5 alla focale minima e f/6.7 a quella massima.

Per la velocità dell’otturatore il punto di partenza dipende dal soggetto e dalla situazione. Con un grande mammifero fermo o in movimento lento, come una giraffa che beve da una pozza o un orso che cammina tra gli alberi, riesco a scendere fino a 1/600-1/800 di secondo mantenendo la nitidezza. Con soggetti più veloci, uccelli in volo o comportamenti improvvisi, devo salire oltre: 1/1600 o 1/2000 di secondo non sono valori rari. La regola che mi sono dato è semplice: meglio un po’ di rumore digitale che uno scatto mosso. Un’immagine sgranata si lavora in post-produzione. Una foto davvero mossa è molto più difficile da recuperare.

Gli ISO li adatto in base alla luce disponibile. Nella giungla, dove la luce filtra a fatica tra il fogliame, posso arrivare anche a ISO 3200-6400. Nella savana all’alba, con una luce già bella e morbida, cerco di restare il più basso possibile per preservare la qualità. Questo corpo macchina gestisce molto bene i valori alti, ed è uno dei motivi per cui l’ho scelto. E quando il rumore è elevato, il Denoise AI di Lightroom fa un lavoro impressionante: sapere che un ISO 6400 si gestisce con un click cambia il modo di approcciare certe situazioni di scarsa luce.

Un consiglio pratico che ho imparato a mie spese: quando un soggetto compare all’improvviso o la situazione è incerta, scatto subito anche con impostazioni non ottimali, per assicurarmi almeno un’immagine da poter lavorare. Poi, se ho tempo e l’animale è ancora lì, affino i parametri e faccio altri scatti. Almeno per un ricordo personale, meglio una foto mediocre di un momento straordinario che nessuna foto.

Grande maschio di orangotango nella giungla di Sumatra

Il sistema autofocus per gli animali selvatici

Uno dei motivi per cui ho scelto la Sony A7R V è il suo sistema di autofocus, tra i più avanzati disponibili. Il riconoscimento automatico del soggetto, con la modalità dedicata agli animali, è attivo ogni volta che esco a fotografare la fauna selvatica. Ho personalizzato alcuni tasti del corpo macchina per cambiare le impostazioni più importanti senza dover entrare nei menu: in certi momenti ogni secondo conta.

Il tipo di tracking che uso cambia in base al soggetto:

  • Per i grandi mammiferi uso il Flexible Spot, che mi permette di scegliere con precisione il punto di messa a fuoco, idealmente l’occhio del soggetto.
  • Per gli uccelli in volo passo al Wide, che copre un’area più ampia del fotogramma e aiuta a non perdere il soggetto quando cambia direzione in modo imprevedibile.

Anche il miglior autofocus del mondo, però, sbaglia. Mi è capitato molte volte di tornare a casa, aprire il file e trovare la foglia a fuoco e il soggetto sfocato. Succede soprattutto quando è parzialmente coperto dalla vegetazione: il sistema si aggrappa al primo elemento che trova, e quell’elemento non sei sempre tu a sceglierlo. In quei casi, quando me ne accorgo in tempo e la situazione lo permette, passo alla messa a fuoco manuale per avere più controllo. Ma se l’animale è in movimento e la finestra è brevissima, non c’è tempo per ragionamenti: si scatta e si spera.

Una nota tecnica utile: la Sony A7R V lavora in sinergia con il sistema VC del Tamron 150-500mm quando l’obiettivo è aggiornato all’ultimo firmware: la stabilizzazione combinata e la velocità di messa a fuoco migliorano entrambe. Vale la pena verificarlo prima di partire per una destinazione importante.

Sul campo: comportamento, abbigliamento e posizione

Quando sono in presenza di un animale selvatico, la prima cosa che mi ricordo è questa: sono ospite nel suo habitat. Non il contrario.

Cerco di tenere sempre un profilo basso, muovermi il meno possibile e soprattutto evitare movimenti bruschi. Il silenzio non è solo una forma di rispetto, è una condizione necessaria: un animale disturbato è un animale che scappa, che cambia comportamento, che smette di essere se stesso. E le immagini più belle nella fotografia di fauna selvatica sono sempre quelle che mostrano il comportamento naturale, non la reazione alla presenza umana.

Per l’abbigliamento scelgo sempre colori neutri che si mimetizzino con l’ambiente: verde, marrone, beige, cachi. Evito colori vivaci e materiali che facciano rumore a ogni movimento.

Sul treppiede o mano libera non mi sono dato una regola fissa. Se posso, mi fermo e lo monto: garantisce nitidezza soprattutto nelle sessioni lunghe o con focali estreme, dove il peso dell’attrezzatura alla lunga si fa sentire. Ma se vedo un’opportunità che potrebbe sparire in pochi secondi, scatto a mano libera senza pensarci due volte. La Sony A7R V ha una stabilizzazione fino a 8 stop che lavora in sinergia con il sistema VC del Tamron: in condizioni normali mi permette di scattare a mano libera con risultati molto solidi, anche a focali lunghe.

Per i cervi in Abruzzo durante la stagione degli amori mi sono seduto in silenzio ad aspettare un bramito, immobile, senza fare il minimo movimento che potesse spaventarli. Ma l’attesa non è sempre comoda. A Sumatra ero seduto su un terreno in discesa, circondato da zanzare e moscerini che non mi davano tregua, con un’umidità così intensa e asfissiante che sudavo senza fare nulla. L’unico motivo per cui sopportavo tutto era a dieci metri dal suolo: il grande maschio di orango. Sulle Ande, alla Laguna Colorada in Bolivia per fotografare i fenicotteri, le sensazioni erano opposte: raffiche di vento gelido che avevano intorpidito le mani e i piedi, tanto che tenere ferma la macchina fotografica era quasi impossibile.

A volte mi chiedo chi me lo faccia fare, soprattutto quando suona la sveglia prima dell’alba. Ma quando mi ritrovo nella natura e rivedo quello scatto che tanto avevo sognato, tutto il resto passa in secondo piano. Almeno fino alla volta successiva, quando mi ritrovo di nuovo nella stessa posizione scomoda.

Orso bruno in Romania

Luce e orari: quando fotografare per i risultati migliori

La luce è tutto. Ma in natura non la scegli: la subisci. O impari a leggerla.

Gli orari migliori sono quasi sempre l’alba e il tramonto. Non solo per ragioni estetiche, con quella luce calda e radente che trasforma ogni scena, ma anche per una ragione pratica: in quelle fasce orarie gli animali sono più attivi, in cerca di cibo o di un posto dove ripararsi per la notte.

Durante le due settimane di volontariato in una riserva naturale in Africa, uscivamo in jeep alle 5:00 di mattina e rientravamo intorno alle 11:00, poi di nuovo dalle 15:00 fino al tramonto. La mattina presto e il tardo pomeriggio erano le finestre in cui gli avvistamenti si moltiplicavano: il piccolo elefantino che camminava verso di noi con le orecchie aperte, il ghepardo seduto sulla terra rossa che ci fissava, l’ippopotamo che emergeva dall’acqua con quello sguardo che non lascia spazio a equivoci. Ogni uscita era diversa. Ogni alba aveva qualcosa di nuovo.

In Romania, per fotografare gli orsi bruni, mi sono nascosto in un capanno di legno nel primo pomeriggio e sono rimasto fino a quando la luce era ancora sufficiente. Quella sessione non fu particolarmente fortunata in termini di avvistamenti ravvicinati, ma qualche giorno dopo fummo ripagati incontrando due orsi lungo la strada, di cui uno imponente. L’orso, visto così, da vicino, è uno degli animali più belli che abbia mai avuto la fortuna di fotografare.

C’è un’eccezione, come sempre. A Sumatra ho incontrato oranghi, gibboni e altre specie di primati anche nelle ore più calde della giornata, dentro la giungla fitta. La vegetazione densa cambia le regole: la luce diretta non arriva mai davvero, e gli animali sembrano seguire ritmi diversi da quelli della savana aperta. In natura nessuna regola è assoluta.

La pazienza come elemento fondamentale

Se c’è una cosa che la fotografia naturalistica insegna, è la pazienza. Non quella passiva di chi si aspetta che le cose accadano da sole, ma quella attiva di chi rimane pronto quando accadono.

Il ricordo più nitido di questa lezione risale al mio primo self drive in Namibia. La sera ero in un campo tendato, e a poca distanza c’era una pozza dove gli animali venivano ad abbeverarsi durante la stagione secca. Avevo con me una Canon 6D con un 70-200mm f/2.8, abbastanza luminoso per la situazione. Arrivarono giraffe, rinoceronti, antilopi. Io aspettavo i predatori. Rimasi lì per ore, finché gli occhi non mi si chiudevano. Poco prima di mezzanotte andai a dormire. La mattina dopo, altri viaggiatori mi raccontarono che circa un’ora dopo la mia resa, i leoni avevano attaccato e catturato una preda. Quanto avrei voluto essere lì.

Nel Pantanal brasiliano, il mio sogno era fotografare il giaguaro. Tre giorni di appostamenti, uscite in barca all’alba, silenzi lunghi. Nulla da fare. Il giaguaro non si è fatto vedere. Fa parte del gioco, e va bene così.

E poi c’è Sumatra. L’orango che dormiva sul ramo, la schiena rivolta verso di noi. La lunga attesa silenziosa. Il risveglio lento. Lo sbadiglio con i canini. Quel momento l’ho aspettato senza sapere che stavo aspettando qualcosa di così potente. Puoi leggere di più su quella storia nell’articolo Come gli animali selvatici hanno cambiato il mio modo di viaggiare.

La fortuna esiste, nella fotografia naturalistica. Ma è la pazienza che crea le condizioni perché la fortuna possa manifestarsi.

Ghepardo in Sud Africa

Gli errori più comuni e cosa ho imparato

Non c’è fotografo che non abbia una collezione mentale di scatti perfetti che non esistono. Io ne ho tanti.

Il più classico: tornare a casa, aprire il file, ingrandire l’immagine e trovare la foglia a fuoco e il soggetto sfocato. Ti sembra di ricordare che la foto fosse perfetta, ma lo schermo piccolo della macchina mente fin troppo. E naturalmente questo succede sempre nell’immagine in cui l’animale aveva lo sguardo rivolto verso di te, la posizione giusta, la luce giusta. Nelle altre, quelle con la messa a fuoco corretta, teneva gli occhi chiusi o guardava dall’altra parte.

Il secondo errore che ho fatto spesso all’inizio: perdere troppo tempo a impostare la macchina. Nel tempo in cui cercavo il valore perfetto, il soggetto spariva. Adesso il mio approccio è diverso: scatto subito, anche in condizioni non ottimali, per assicurarmi almeno un’immagine da poter lavorare. Poi, se l’animale è ancora lì, affino le impostazioni per quella successiva.

Un terzo errore, più sottile: non aver fatto pratica prima di partire. Arrivare in una destinazione importante, con animali straordinari, e scoprire lì sul campo come funzionano certi menu della macchina fotografica è un lusso che non ci si può permettere. Ogni secondo sprecato nei menu è un secondo sottratto all’esperienza. Esercitati a casa, conosci la tua attrezzatura, e poi esci nel mondo.

Post-produzione: il flusso di lavoro in Lightroom

Lavoro quasi esclusivamente in Adobe Lightroom per la selezione e il ritocco. Dopo una sessione in raffica si accumulano facilmente centinaia di immagini simili, quindi la prima cosa da fare è una scrematura rigorosa: tengo solo quelle con la messa a fuoco corretta sul soggetto, una composizione che funziona e qualcosa che vale davvero la pena lavorare.

Una volta selezionata la prima foto, il mio flusso parte sempre dalla correzione obiettivo: rimozione dell’aberrazione cromatica e abilitazione del profilo obiettivo. Poi passo alle modifiche base, esposizione, luci, ombre, bianchi e neri, e se necessario ritaglio l’immagine per migliorare la composizione o assecondare un gusto personale. Grazie ai 61 megapixel della A7R V, il ritaglio in post-produzione è un alleato potente: posso spingere molto senza compromettere la qualità finale. Quindi intervengo sui colori singolarmente con il pannello HSL, lavoro le curve di tono, creo le maschere per le zone che richiedono una correzione localizzata, e concludo con il color grading. Non è un flusso rigido: dipende sempre dall’immagine. Ma è quello che seguo nella maggior parte dei casi.

Quando il rumore è elevato, per esempio negli scatti a ISO 3200-6400 nella giungla, uso il Denoise AI di Lightroom. Il risultato è notevolmente migliore rispetto alla riduzione del rumore tradizionale, e cambia il modo di approcciare certe situazioni di scarsa luce: sapere di poter recuperare in post ti libera sul campo.

Per le foto successive scattate sullo stesso soggetto e nelle stesse condizioni di luce, uso il tasto “Precedente” per sincronizzare le modifiche già applicate e intervengo solo sui dettagli che cambiano da scatto a scatto, come le maschere o il ritaglio. Un risparmio di tempo notevole quando si lavora su serie lunghe.

Lo stesso flusso lo seguo, in versione semplificata, anche su Lightroom Mobile quando sono in viaggio e scarico direttamente le immagini dalla macchina fotografica allo smartphone. Non è il modo ideale per un editing approfondito, ma permette di lavorare in tempo reale, senza aspettare di rientrare a casa.

Vipera dalle fossette in Borneo

Come iniziare con la fotografia naturalistica

Se stai pensando di avvicinarti alla fotografia naturalistica, la prima cosa che ti dico è questa: non devi andare dall’altra parte del mondo per cominciare.

Puoi esercitarti a pochi chilometri da casa, in un parco, lungo un lago, nei boschi vicini. Gli uccelli sono soggetti perfetti per chi inizia: sono comuni, sono ovunque, e ti insegnano quanto veloce deve essere il tuo autofocus e quanto sia importante anticipare il momento prima che accada. In Italia non mancano le destinazioni dove si può fare fotografia di fauna selvatica di qualità: dal Parco Nazionale d’Abruzzo con cervi, lupi e orsi marsicani, al Delta del Po per l’ornitologia, fino alle riserve naturali della Sardegna.

Non copiare lo stile di un fotografo che ammiri solo perché funziona o perché ha tanti follower. Guarda, osserva, prendi ispirazione, ma poi cerca la tua strada. Il tipo di soggetti che vuoi fotografare, il tipo di luce che senti tua, il tipo di ambiente in cui ti senti a tuo agio: lo scopri solo uscendo e scattando, sbagliando e ricominciando.

L’unico modo reale per migliorare è la pratica. Nessun corso o libro può sostituire il tempo passato sul campo. Se vuoi capire come scegliere esperienze con gli animali in modo etico e responsabile, ho scritto qualcosa anche sul turismo faunistico etico, che è una lettura utile prima di partire.

Domande frequenti sulla fotografia naturalistica

Cosa serve per iniziare con la fotografia naturalistica?

Per iniziare non servono attrezzature professionali. Una fotocamera mirrorless o reflex con un obiettivo tele di almeno 200-300mm è un buon punto di partenza. Più importante dell’attrezzatura è la conoscenza del soggetto: studia le abitudini degli animali che vuoi fotografare, esci nelle fasce orarie giuste e fai tanta pratica sul campo. Il campo è il tuo miglior insegnante.

Quali impostazioni usare per fotografare animali in movimento?

In modalità manuale, imposta il diaframma alla massima apertura disponibile per raccogliere luce e sfocare lo sfondo. La velocità dell’otturatore dipende dalla velocità del soggetto: per animali lenti bastano 1/600-1/800 di secondo, per uccelli in volo o soggetti veloci puoi arrivare a 1/2000. Attiva l’autofocus continuo e usa la raffica per aumentare le probabilità di catturare il momento decisivo.

Quale obiettivo usare per la fotografia naturalistica?

Un teleobiettivo è indispensabile. La lunghezza focale minima consigliata è 300mm, meglio 400-600mm per soggetti lontani o difficilmente avvicinabili. Gli zoom come il Tamron 150-500mm o il Sigma 150-600mm offrono un buon compromesso tra flessibilità, qualità e prezzo, soprattutto per chi viaggia e deve ottimizzare peso e ingombro.

Nasica nel Borneo Malese

Quando è meglio fotografare gli animali selvatici?

Le fasce orarie migliori sono l’alba e le prime ore del mattino, e il tardo pomeriggio fino al tramonto. In quelle ore la luce è morbida e diffusa, e gli animali sono generalmente più attivi. Le ore centrali della giornata, con il sole alto che crea contrasti duri, sono le meno indicate sia per la qualità della luce che per la probabilità di avvistamento.

Come ci si avvicina agli animali selvatici per fotografarli?

Lentamente, in silenzio, con un profilo basso. Scegli abbigliamento nei toni della natura: verde, marrone, beige. Evita profumi e materiali rumorosi. Ricorda che sei ospite nel loro habitat e il tuo obiettivo deve essere non interferire con il loro comportamento naturale. La pazienza fa il resto.

Conclusione

La fotografia naturalistica è una delle discipline più umili che conosca. Ti mette di fronte all’imprevedibile, ti insegna ad aspettare, ti ricorda che anche il setup migliore non garantisce niente. E proprio per questo è così appassionante.

Ci sono scatti che avrei voluto portare a casa e altri che non mi aspettavo. Leoni che non sono arrivati, e due orsi trovati sulla strada di ritorno. Tre giorni nel Pantanal senza vedere un giaguaro, e mezz’ora nella giungla di Sumatra con un’immagine che vale un anno intero.

Se prima la fotografia naturalistica era parte integrante del viaggio, qualcosa di complementare all’esperienza, con il tempo sta diventando sempre più centrale. Ora scelgo le mete e le avventure in base agli animali che voglio vedere e fotografare. È una prospettiva che cambia tutto: il modo di pianificare, il modo di muoversi, il modo di stare in un posto. Se anche tu stai andando in quella direzione, o vuoi iniziare, seguimi su @fabio.dentico, il profilo Instagram che ho aperto dedicato esclusivamente alla fotografia naturalistica. E se hai domande sull’attrezzatura, sulle impostazioni o sulle destinazioni, scrivimi nei commenti qui sotto.

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