Come gli animali selvatici hanno cambiato il mio modo di viaggiare

da Fabio Dentico
Animali selvatici - Il mio mondo selvaggio

C’era una cosa che il venerdì sera non poteva mancare. Non importava cosa stesse succedendo: quell’appuntamento era sacro. Mi sedevo davanti alla televisione e aspettavo Super Quark: la prima parte era sempre dedicata agli animali selvatici. Leoni nella savana, elefanti che attraversavano fiumi in piena, leopardi nascosti tra le chiome degli alberi. Io stavo lì immobile, con gli occhi spalancati, pensando a una cosa sola: chissà se un giorno li avrei visti davvero.

Stiamo parlando di un’epoca senza social, senza streaming, senza YouTube. Quel documentario della RAI era la mia finestra sul mondo, la più bella in assoluto. E io ero un bambino che non aveva la fortuna di avere un animale domestico, quindi quella TV accesa il venerdì sera era l’unico posto in cui potevo starci vicino, anche solo con gli occhi.

Quel bambino era già me. E tutto ciò che è venuto dopo, non ha fatto altro che dargli ragione: i safari, i trekking nella giungla, le ore passate a scrutare la vegetazione in silenzio.

In questo articolo non ti racconto dove vedere gli animali o come fotografarli. Ti racconto qualcosa di più personale: com’è cambiato il mio modo di viaggiare, viaggio dopo viaggio, avvistamento dopo avvistamento.

Non sto più scegliendo le destinazioni. Sto scegliendo gli animali. E da lì è cambiato tutto.

Menù rapido:

1. Il bambino del venerdì sera
2. Il primo safari in Namibia che ha cambiato tutto
3. Il Sud America e la natura selvaggia
4. L’orango che mi ha guardato negli occhi
5. Incontro ravvicinato sulla Transfăgărășan: l’orso che non cercavamo
6. Quando ho smesso di scegliere le mete
7. La fotografia come modo di fermare quell’emozione
8. Festeggiare il compleanno tra gli animali selvatici
9. Conclusione

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Sono Fabio, travel blogger e fotografo specializzato in viaggi outdoor e avventure in natura selvaggia. Da anni esploro il mondo zaino in spalla, documentando culture autentiche e percorsi fuori rotta. Condivido solo esperienze vissute in prima persona: consigli pratici, costi reali e nessun filtro. Il mio obiettivo è aiutarti a pianificare viaggi autentici, non farti solo sognare. Seguimi su Instagram per altri contenuti e ispirazione @vitadawanderlust.

Il bambino del venerdì sera

Quando ero piccolo non ho avuto la fortuna di avere un animale domestico. Me ne sarei preso cura con ogni attenzione, ma le cose non sono andate così. Quella mancanza, però, non ha spento niente: ha alimentato una curiosità che cercava un’altra via.

Super Quark era il mio rituale settimanale. Mi sedevo davanti allo schermo e mi perdevo in quei documentari: mandrie di gnu che attraversavano fiumi infestati di coccodrilli, ghepardi in corsa su distese di terra gialla, oranghi che si muovevano tra le chiome della foresta con una grazia silenziosa. Erano gli animali selvatici nella loro libertà più assoluta, senza gabbie, senza orari di visita. Pensavo: come sarà davvero? Come sarà stare lì, respirare quell’aria, sentire il silenzio rotto solo da quei suoni?

Non erano fantasie da bambino destinate a svanire con la crescita. Erano domande che aspettavano una risposta.

Anni dopo, durante il mio primo safari in Namibia, quelle domande cominciarono ad avere un volto. I ricordi di quel bambino incollato davanti alla TV si sovrapponevano alla realtà che avevo di fronte: la terra rossa del deserto, la savana che si estendeva fino all’orizzonte, gli animali selvatici che si muovevano come se il tempo fosse una cosa che riguardasse solo gli esseri umani. In quegli istanti capisci tante cose: quanto sia magica e sorprendentemente bella la natura. E quanto a lungo si possa aspettare qualcosa che, quando arriva, vale ogni secondo di attesa.

Elefantino africano

Il primo safari in Namibia che ha cambiato tutto

Ero appena arrivato al Parco Etosha, a bordo della mia Hilux, pronto per godermi tre giorni nel parco. Stavo ancora prendendo le misure con l’ambiente: quell’aria calda, la polvere, il silenzio, quando un automobilista su un’altra 4×4 mi si affiancò e mi avvisò con garbo: non lontano da me c’era un leopardo.

Tra i big 5 africani, il leopardo è il più difficile da avvistare. È il più sfuggente, il più solitario, il più bravo a non volersi far trovare. Ingranai subito la marcia.

Eccolo. Seduto all’ombra sotto un albero, immobile, con quella compostezza che solo i grandi felini riescono ad avere. Stava facendo la guardia a una piccola antilope catturata e issata tra i rami più alti, fuori dalla portata di iene e avvoltoi. C’era qualcosa di primitivo e perfetto in quella scena. Niente di artificiale, niente di messo in scena: solo la natura che faceva il suo corso, indifferente alla mia presenza e alla mia macchina fotografica puntata contro di lui.

Da allora non ho più rivisto un leopardo, nonostante le settimane di volontariato con gli animali in Sudafrica dove uscivamo nella riserva due volte al giorno, mattina e sera. Ma questo non mi ha deluso. Al contrario: ha confermato qualcosa che ho imparato a rispettare nel tempo. Con gli animali selvatici, la non garanzia è parte del gioco. È quello che rende ogni avvistamento un regalo, non un servizio prenotato.

Il Sud America e la natura selvaggia

Quando ho messo lo zaino in spalla per il Sud America, avevo mesi davanti, un budget limitato e la certezza di volermi perdere nel continente più straordinario che avessi mai immaginato. Il piano era quello del backpacker: muoversi, adattarsi, vedere cosa capita.

Eppure, ogni volta che si presentava l’occasione di un tour nella foresta, un’uscita in barca sul fiume, un’esperienza con la fauna locale, non me ne privavo. Anche quando costava quello che avrei dovuto spendere per mangiare tre giorni. Il ragionamento era semplice, e continua a guidarmi ancora oggi: ero lì, in quel momento. Non sapevo se sarei mai ritornato, se avrei avuto un’altra occasione simile. Quindi non mi facevo troppi problemi: risparmiavo su altro e vivevo le esperienze che volevo vivere.

Un tour in Amazzonia in Ecuador. Un altro in Perù, nella Riserva Pacaya Samiria, poi Bolivia, Brasile e il Pantanal. E ancora i pinguini e le balene in Patagonia. Ogni avvistamento, ogni incontro lasciava dentro qualcosa che non si smaltisce. Una scarica di adrenalina e dopamina che avrei potuto distribuire a tutti. Era come la polvere di fata che Trilli sparge su Wendy per farla volare via con Peter Pan: qualcosa che ti alleggerisce, che ti toglie i piedi da terra. Passare anche solo qualche giorno nella foresta o nella savana a osservare gli animali selvatici nel loro habitat naturale era, ed è tuttora, uno dei miei pensieri felici. Per rimanere sempre in tema Peter Pan.

Nel Pantanal ero andato appositamente per fotografare il giaguaro, in uno degli ambienti al mondo dove è più probabile avvistarlo. La settimana prima del mio arrivo lo avevano visto tre volte. Ho passato tre giorni a scrutare la vegetazione lungo i fiumi, in silenzio, con la macchina fotografica pronta. Niente. Ci sono rimasto male? Certamente. Ma quella sensazione di attesa, di non sapere cosa avrebbe riservato la prossima curva del fiume, di poter tornare a mani vuote: per me è il cuore di questo tipo di viaggio. Non c’è garanzia. Non c’è nulla di costruito. C’è solo la natura, che fa quello che vuole, e tu che cerchi di essere un ospite silenzioso.

Per quei mesi in giro per il continente, l’unica cosa che non mettevo mai in discussione era l’assicurazione di viaggio. Quando sei per mesi in luoghi remoti, nelle foreste amazzoniche o nelle zone umide del Pantanal, quella copertura non è un optional: è la base. Mi sono affidato a Heymondo, e per te che leggi Vita da Wanderlust c’è uno sconto del 10%.

L’orango che mi ha guardato negli occhi

La giungla di Sumatra odora di umido e di vita. Ogni passo nella foresta di Bukit Lawang riempie i polmoni di qualcosa di denso, quasi visibile. Gli alberi si chiudono sopra la testa e la luce filtra a stento in strisce sottili, come se il sole dovesse chiedere permesso per entrare.

Ero lì per il mio compleanno, un modo per festeggiare come mi piace davvero, non per convenzione. Giorni di trekking nella giungla, alla ricerca degli oranghi di Sumatra: primati dal pelo rossastro che condividono con noi quasi il 97% del DNA. Ti guardano negli occhi e capisci subito che la distanza tra te e loro è molto più piccola di quanto pensavi.

Il momento che porto con me con maggiore intensità, e con un filo di rammarico, è stato quello del grande maschio. Stava camminando al suolo, in direzione nostra, con un’andatura lenta e un’aria che definire minacciosa è poco: era imponente, bellissimo e spaventoso allo stesso tempo. Per una frazione di secondo i nostri occhi si sono incrociati. Poi la guida ci ha fatti indietreggiare per sicurezza.

Quella fotografia non l’ho fatta. Non c’era tempo, non c’era modo: c’era qualcosa di più urgente da fare in quell’istante, ovvero guardarlo davvero, senza il mirino in mezzo. Ci ho messo un po’ a perdonarmelo, ma alla fine va bene così. Quel momento ce l’ho nella testa, nitido come uno scatto. Forse più di qualunque file salvato su una scheda di memoria.

L’organizzazione del trekking era stata impeccabile. E nel bel mezzo della giungla, tra gli alberi e i versi dei gibboni in lontananza, mi hanno fatto trovare una torta di compleanno. Se questo non è un pensiero felice.

L’orso che non cercavamo, sulla Transfăgărășan

C’è una differenza enorme tra cercare un avvistamento e riceverlo in regalo. I secondi lasciano qualcosa di diverso, forse di più.

Io e Marika stavamo percorrendo la Transfăgărășan, in Romania, dopo aver lasciato Sibiu. Sapevamo che fosse una strada famosa per la sua bellezza, ma non mi aspettavo che fosse così: già dalle prime curve era un wow continuo, con panorami sempre più spettacolari e soste obbligate a ogni tornante. Lungo il percorso comparivano cartelli che avvisavano della presenza degli orsi. Per chi, come me, è abituato a cercare la fauna con gli occhi già dal finestrino, quei segnali rendevano la guida ancora più emozionante.

Al Lago Bâlea, a oltre duemila metri, il termometro segnava pochi gradi nonostante fosse settembre. Abbiamo ripreso la discesa verso Bucarest. Qualche chilometro più giù, abbiamo notato alcune macchine ferme sul bordo della strada. Ci siamo guardati: c’era qualcosa.

Un orso. Seduto tranquillo a bordo strada, incurante dei curiosi che si erano fermati intorno a lui. Ci siamo fermati anche noi e ce lo siamo goduto in silenzio: che emozione. Siamo ripartiti con il cuore che batteva forte. Poche curve più avanti, un secondo orso, ancora più grande, massiccio, attivo. Due avvistamenti inaspettati nel giro di dieci minuti, su una strada che avevamo scelto solo per il paesaggio.

Poter fotografare un animale selvatico così da vicino, nella sua libertà totale, è qualcosa che non si riesce a spiegare a parole. Si può solo sperare di viverlo. E quando succede, lo ricordi per anni. È tra gli animali più belli che abbia mai avuto davanti all’obiettivo.

Orso Bruno in Romania

Quando ho smesso di scegliere le mete e ho iniziato a scegliere gli animali

Per molto tempo il meccanismo funzionava così: sceglievo la destinazione, poi verificavo cosa potesse offrire, compresa la fauna locale. La wildlife era una delle tante cose, non la prima.

Da poco tempo, qualcosa è cambiato. Guardo Marika e le chiedo: “quali animali vogliamo vedere?” È da lì che partiamo. Non dalla meta, non dal costo del volo, non dalla stagione migliore. Dagli animali.

Ognuno di noi ha la sua lista di desideri. Marika voleva il koala (realizzato in Australia) e ora pensa ai pinguini, al panda, ai gorilla, al giaguaro. Io voglio la tigre. Ho un pensiero fisso per il giaguaro, rimasto incompiuto nella mia prima esperienza in Pantanal. Voglio tornare in Africa per i big 5. Ne abbiamo di sogni, e con calma ci riusciremo, ma non troppa.

Questo cambio di prospettiva mi ha dato qualcosa di difficile da descrivere esattamente. Non è solo chiarezza su dove andare. È chiarezza su chi sono. Marika me lo dice spesso, quando siamo in certi luoghi: nella foresta, nella riserva, nel mezzo della savana, questo è il tuo mondo. Ha ragione. Potrei passarci una vita intera, senza mai stancarmi di aspettare.

La fotografia come modo di fermare quell’emozione

Non ho comprato il teleobiettivo per fare bella figura. L’ho comprato perché sapevo cosa volevo fare e capivo che senza non ci sarei riuscito. Gli anni precedenti, quando ancora non l’avevo, mi dispiaceva non averlo, ma mi sono sempre goduto al massimo ogni esperienza, fotografando quello che potevo e portando nei ricordi tutto il resto.

Con il tempo, però, ho imparato a mie spese che per un certo tipo di fotografia l’attrezzatura conta davvero. Quando fotografi animali selvatici a grandi distanze, all’alba o al tramonto, in condizioni di luce scarse, avere un teleobiettivo di qualità fa una differenza concreta. È vero che la fotografia non è questione di attrezzatura, ma per la wildlife, purtroppo o per fortuna, quel principio ha i suoi limiti.

C’è però un aspetto che ho capito solo con il tempo: la fotografia ti costringe ad andare piano. Non puoi cercare lo scatto e avere fretta. Devi aspettare, osservare, capire i movimenti dell’animale, anticipare senza disturbare. È esattamente quello di cui ho scritto parlando di slow travel: rallentare non è una scelta di metodo, è una condizione necessaria per vedere davvero. La fotografia mi ha insegnato quella pazienza. E la pazienza mi ha fatto vedere cose che non avrei mai visto di corsa.

La fotografia mi regala anche serenità, mi rilassa. In certi momenti nella foresta o nella savana, quando tutto tace e aspetti che l’animale si muova, sento una calma che è difficile trovare altrove.

Koala in Western Australia

Festeggiare il compleanno tra gli animali selvatici: un atto identitario

Non mi sono mai piaciute le formalità. I festeggiamenti “perché si fa così”, le celebrazioni che servono più agli altri che a te. Ho sempre pensato che il compleanno fosse un’occasione per fare qualcosa che ti rappresenti davvero, non qualcosa che ci si aspetta da te.

E quello che mi rappresenta l’ho capito, ormai. Stare nella natura, con gli occhi e il cuore aperti, alla ricerca degli animali selvatici. La torta tra gli oranghi di Sumatra è uno dei regali di compleanno più belli che abbia ricevuto. Gli orsi sulla Transfăgărășan erano inaspettati, ma altrettanto perfetti.

Perché non regalare a se stessi qualcosa che rappresenti davvero chi si è? Ho vissuto esperienze che mi hanno riempito in un modo che nessuna cena al ristorante avrebbe potuto fare, e non vedo ragione di smettere. Dove sarà il prossimo compleanno? In compagnia di quale animale? Per scoprirlo non ti resta che seguirmi su Instagram @vitadawanderlust e continuare a leggere vitadawanderlust.com.

Ogni avvistamento di animali selvatici è un regalo, e non mi stanco mai

Guardando all’indietro, c’è un filo che collega tutto: il bambino di Super Quark, il leopardo di Etosha, l’orango con quegli occhi che mi fissano per una frazione di secondo, l’orso seduto tranquillo sul bordo di una strada di montagna romena. Non è mai stata una passione che nasce e cresce da sola: è qualcosa che si è alimentato di esperienza in esperienza, di emozione in emozione, fino a diventare il centro di gravitazione di tutto il resto.

La cosa più bella è che non mi stanco mai. Ogni specie, ogni avvistamento, ogni incontro regala qualcosa di diverso. Gli occhi si illuminano ancora allo stesso modo, lo vedo nella reazione di Marika, che ormai mi conosce abbastanza da riconoscerlo anche prima che io dica una parola.

Viaggiando si capisce ciò che ci piace davvero. Io ho capito che osservare gli animali selvatici nel loro habitat naturale è qualcosa che mi riempie di gioia in un modo che non si smette mai. È questo il mio mondo. E ho intenzione di continuare a esplorarlo.

Non viaggio per vedere luoghi. Viaggio per incontrare vite.

Hai mai vissuto un incontro con la fauna selvatica che ti ha cambiato qualcosa dentro? Raccontamelo nei commenti, mi fa sempre piacere leggere queste storie.

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