Capire quando è il momento di tornare a casa dopo un lungo viaggio non è mai una decisione semplice. Per noi è arrivata in un piccolo café di Medan, dopo quasi due anni in giro per il mondo. Non è stata una scelta presa d’istinto, ma ponderata. Con quella chiarezza silenziosa che a volte arriva proprio quando smetti di aspettarla.
Pochi giorni prima eravamo nella giungla del Parco Nazionale di Gunung Leuser, a Bukit Lawang, a festeggiare il mio compleanno tra gli oranghi e la vegetazione che ti avvolge come un abbraccio caldo e umido. Ero esattamente dove volevo essere. Eppure qualcosa, lentamente, stava cambiando.
In questo articolo:
- Quasi due anni in giro per il mondo
- I segnali che qualcosa stava cambiando
- Quella mattina a Medan
- Le ultime settimane: viaggiare sapendo che stai per tornare
- Il ritorno a sorpresa
- Tornare a casa: l’Italia vista con occhi diversi
- Conclusione
Sono Fabio, travel blogger e fotografo specializzato in viaggi outdoor e avventure in natura selvaggia. Da anni esploro il mondo zaino in spalla, documentando culture autentiche e percorsi fuori rotta. Condivido solo esperienze vissute in prima persona: consigli pratici, costi reali e nessun filtro. Il mio obiettivo è aiutarti a pianificare viaggi autentici, non farti solo sognare. Seguimi su Instagram @vitadawanderlust.
Viaggiare a lungo in zone remote del mondo, dal Western Australia alle giungle di Sumatra, significa anche imparare a gestire l’imprevisto. In tutto questo tempo abbiamo viaggiato con l’assicurazione Heymondo, e quella tranquillità di sapere che qualcuno ti copre le spalle anche a migliaia di chilometri da casa vale ogni euro speso. Per te, che leggi Vita da Wanderlust, c’è uno sconto del 10% su Heymondo: lo trovi a questo link.
Quasi due anni in giro per il mondo
Quando siamo partiti, l’idea iniziale era viaggiare per tre anni, vivere davvero i luoghi invece di attraversarli di corsa, costruire qualcosa che valesse la pena raccontare. Quasi due anni trascorsi tra il Western Australia, il Sud-est asiatico e Sumatra, con tappe che ancora oggi fatico a descrivere senza sentire qualcosa muoversi dentro.
Il road trip nel Western Australia è stato qualcosa di difficile da spiegare a chi non c’è stato. Ogni giorno una rivelazione diversa. Il Purnululu National Park con le sue cupole a righe arancioni e nere che sembrano dipinte a mano. Il Karijini National Park, dove scendi nelle gole di roccia rossa e il mondo sopra di te sembra un’altra dimensione. La proposta di matrimonio a Francois Peron, in un posto così remoto e così bello che bastava restare fermi per sentirsi enormemente fortunati. Wharton Beach, una delle spiagge più belle che abbia mai visto in vita mia. Scegliere un singolo momento di quel periodo è impossibile: ce ne sono troppi, e tutti veri.
Sumatra ha aggiunto un ulteriore livello a tutto questo. La giungla di Bukit Lawang, dove ho festeggiato il mio compleanno sudato e felice, con gli oranghi che si muovevano tra le chiome sopra di noi, è uno di quei momenti che non si spiegano: si vivono. Pulau Weh, con le sue acque trasparenti e i fondali che sembrano un altro pianeta. Poi Banda Aceh, con tutto il peso della sua storia.
Tutto questo per dirti che non stavamo tornando a casa da un viaggio mediocre. Stavamo tornando da un viaggio che aveva superato ogni aspettativa.
I segnali che qualcosa stava cambiando
I segnali non arrivano tutti insieme. Arrivano piano, uno alla volta, e per un po’ li ignori perché hai troppe cose belle davanti agli occhi. Poi un giorno ti ritrovi seduto con lo zaino pronto e ti accorgi che fai una fatica immensa nel chiuderlo di nuovo e ripartire.
Non era stanchezza fisica. Era qualcosa di più sottile e più difficile da nominare. Quella curiosità viscerale che ci aveva spinto ad attraversare oceani, a svegliarci all’alba in posti sconosciuti senza mai chiederci se ne valesse la pena, aveva perso qualcosa. Non era sparita, ma si era fatta più silenziosa. Quando raggiungevamo una località che ci piaceva davvero, un posto dove stavamo bene, invece di sentire l’energia di chi vuole esplorare sentivamo quella di chi vorrebbe restare. E restare non era parte del programma.
Poco dopo il trekking di compleanno nella giungla ho iniziato a stare male. Non entro nei dettagli, ma per alcuni giorni ci siamo fermati a Bukit Lawang a recuperare. Quei giorni di pausa forzata, paradossalmente, ci hanno dato il tempo di pensare con chiarezza. E quello che è emerso da quel pensiero era già lì da un po’, in attesa di essere detto ad alta voce.
C’era anche la fotografia. La voglia di scattare era intatta, anzi cresceva di continuo. Ma si era accumulato un archivio enorme di immagini da editare, ordinare, guardare con calma. Strutture low budget nella natura, belle e autentiche ma poco adatte a lavorare, facevano sì che il materiale continuasse ad accumularsi senza che potessi mai metterci le mani come avrei voluto. Sentivo il bisogno di fermarmi, di fare ordine, di guardare indietro prima di continuare ad andare avanti.
Quella mattina a Medan
Eravamo arrivati a Medan dopo quindici ore di autobus da Banda Aceh. Era mattina presto, la camera non era disponibile, gli zaini erano pesanti. Abbiamo lasciato tutto alla reception e siamo usciti a cercare un posto dove sederci.
Abbiamo trovato un piccolo café nel centro, ci siamo seduti, e in quel momento di quiete, tra un caffè caldo e il rumore della città fuori, senza nulla da fare e nessun posto dove dover essere, è arrivata la conversazione che forse aspettavamo da settimane.
Aveva senso continuare? Non nel senso di “ci stiamo annoiando”. Nel senso opposto: aveva senso aggiungere altri luoghi a un viaggio che si sentiva già completo, senza più la stessa presenza mentale con cui eravamo partiti? Aveva senso essere fisicamente in un posto e mentalmente da un’altra parte? Per noi la risposta era no. Sarebbe stato un non viaggiare, mascherato da viaggio. Collezionare posti invece di abitarli. E questo andava contro tutto ciò in cui credevamo.
Con Marika non abbiamo quasi avuto bisogno di parlarci a lungo. Certe decisioni le pensi insieme senza nemmeno saperlo, e quando le dici ad alta voce hanno già la forma di qualcosa che esiste da un po’. In quel café di Medan, davanti a un caffè, abbiamo deciso di tornare a casa. Ci saremmo goduti ancora un paio di settimane a Sumatra, poi l’Italia.
Le ultime settimane: viaggiare sapendo che stai per tornare
Qualcosa cambia quando sai che stai per smettere. Non in senso negativo, anzi: in un modo strano e inaspettato, quelle ultime settimane erano più leggere. Non c’era più la pressione di dover vedere, dover ottimizzare, dover fare abbastanza. C’era solo quello che c’era, e bastava.
Cominciavano a fare capolino i pensieri del ritorno: riabbracciare le nostre famiglie, rivedere gli amici, sedersi a una tavola imbandita con i sapori di casa. Quei sapori che quando sei all’estero da molto tempo diventano quasi un’astrazione, qualcosa che appartiene a un’altra vita, e poi all’improvviso ti mancano in modo concreto e fisico. Non come nostalgia romantica: come fame vera.
C’era anche un pensiero che non mi aspettavo di trovare così presente. I genitori invecchiano mentre sei via. Non nel senso banale che il tempo passa: quello lo sai. Ma quando sei lontano per mesi, poi per un anno, poi per quasi due, e torni, vedi la differenza in modo più netto di quanto potresti se fossi rimasto. E quella differenza ti dice qualcosa sull’importanza del tempo, su quello che si può costruire e su quello che non si può recuperare. Non mi interessava recuperare il tempo perso: quello è andato ed è giusto che sia così. Mi interessava costruire qualcosa di nuovo, con le persone che amavo, nel tempo che avevamo.
Il ritorno a sorpresa
Avevamo deciso di non dirlo a nessuno. Nessun messaggio, nessuna chiamata in anticipo. Siamo tornati a sorpresa, e le nostre famiglie hanno quasi rischiato un infarto. Tutto si aspettavano, tranne di vederci lì, sulla porta, con gli zaini in spalla.
Rivedere luoghi familiari dopo quasi due anni ha un effetto strano: tutto è esattamente com’era, e tu sei completamente diverso. È come guardare un film che conosci a memoria ma con gli occhi di qualcun altro. Le strade, i bar, i volti. Il suono del dialetto. L’odore del cibo di casa. Tutto questo si è abbattuto addosso insieme, in un momento solo, ed è stato più intenso di quanto potessi immaginare.
Sedersi tutti insieme a tavola, non divisi da uno schermo, non collegati in videochiamata, ma fisicamente lì, nello stesso posto, è stata una di quelle cose semplici che diventano enormi quando ti sono mancate a lungo. Le nipoti di Marika. Gli amici. Il cibo. Tutto meraviglioso, tutto esattamente come lo ricordavamo e al tempo stesso irrimediabilmente cambiato, perché eravamo cambiati noi.
Tornare a casa: l’Italia vista con occhi diversi
Su questo potrei scrivere un articolo intero, e probabilmente lo farò. Perché tornare in Italia dopo aver vissuto quasi due anni in Australia e in giro per il mondo non è una cosa semplice da raccontare in poche righe.
Il rientro affettivo, famiglie, amici, cibo, radici, è stato bello. Pienamente, semplicemente bello. Il resto è stato più complicato. Chi ha vissuto a lungo in un paese come l’Australia, dove molte cose funzionano in modo diverso da come siamo abituati, e poi torna in Italia, sa di cosa parlo. Il paragone è inevitabile, e non sempre va a favore di casa nostra. L’ho riscontrato in molte persone che hanno fatto esperienze simili: c’è un periodo di riadattamento che non è romantico né lineare, ed è inutile fingere il contrario.
Non so se vivrò di nuovo stabilmente in Italia sul lungo periodo. Al momento è un’idea che non mi convince. Ma so che il viaggio di quasi due anni mi ha dato qualcosa che nessun posto fisso avrebbe potuto darmi: la certezza di cosa cerco, e la libertà di non accontentarmi.
Quello che è rimasto, al netto di tutto, è la fotografia. Un archivio immenso di immagini da Sumatra, dall’Australia, da anni di viaggi in giro per il mondo: un lavoro che non finisce mai e che mi ricorda, ogni volta che apro Lightroom, perché ho deciso di smettere con quel viaggio proprio quando potevo ancora guardarlo con gratitudine invece che con stanchezza. Sul mio profilo Instagram continuo a condividere quello che esce fuori da quell’archivio.
Conclusione
Tornare a casa dopo un lungo viaggio non è mai una cosa sola. Ci sono gratitudine e stanchezza insieme, la gioia di rivedere le persone che ami e la fatica di riadattarti a un posto che è rimasto uguale mentre tu non lo eri più. Fare pace con il fatto che un capitolo è finito, sapendo che ne esiste un altro, è forse la parte più difficile, e al tempo stesso la più necessaria.
La cosa che non mi aspettavo è questa: quella mattina in un café di Medan, quando abbiamo deciso di tornare, non ho sentito tristezza. Ho sentito chiarezza. E la chiarezza, quando arriva, è quasi sempre la cosa giusta.
Se anche tu stai vivendo qualcosa di simile, o hai vissuto un ritorno difficile da raccontare, scrivimelo nei commenti. Queste storie meritano di essere condivise.
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