Il giorno che avrei dovuto stare fermo

da Fabio Dentico
Gibb River Road

Mi sono guardato le mani. Rosse. Poi ho alzato gli occhi su Marika e ho visto la sua espressione cambiare. Il tempo di capire cosa era successo, di sentire il dolore arrivare, e avevo già il viso coperto di sangue. Eravamo nel mezzo della Gibb River Road, a 300 chilometri dal primo ospedale, e quella giornata era appena iniziata.

Se ancora non mi conosci, sono Fabio, travel blogger e fotografo specializzato in viaggi outdoor e avventure in natura selvaggia. Da anni esploro il mondo zaino in spalla, documentando esperienze autentiche e percorsi fuori rotta. Seguimi su Instagram: @vitadawanderlust.

Le orme sotto la scala

Quella mattina, scendendo dalla rooftop, avevamo trovato le impronte dei dingo nella sabbia, tutt’intorno alla scala. Erano passati durante la notte, proprio lì sotto, mentre noi dormivamo. Stavo ancora guardandole quando mi è arrivata quella sensazione.

Non è facile da spiegare. Una sensazione interna, bassa, che diceva di fermarsi. Di passare un altro giorno lungo le rive del Pentecost River e ripartire l’indomani mattina. In viaggio quasi sempre gli do ascolto.

Quella volta no.

Il visto stava per scadere. Il biglietto aereo era già comprato. Dopo quasi due anni in Australia non avevamo margine di manovra, e la Gibb River Road non aspetta chi rallenta: 300 chilometri ci separavano dal prossimo campground. Ho detto a Marika come mi sentivo. Lei ha annuito. Abbiamo abbassato la pressione agli pneumatici e siamo partiti.

Il Pentecost River, in quel periodo dell’anno, era basso. Lo abbiamo attraversato senza difficoltà mentre il sole sorgeva da dietro le rocce e tingeva di rosa il paesaggio davanti a noi. Uno dei momenti più belli dell’intero road trip nel nord del Western Australia.

Poi, superato il fiume, la strada è diventata una tortura.

Fretta sbagliata

Corrugazioni profonde, pietre sparse ovunque. La Terracan non riusciva ad andare oltre i 40 chilometri orari e le vibrazioni arrivavano dritte nella schiena, nelle mani, nei denti. L’aria sapeva di polvere rossa e di gomma calda. Il sole era già alto.

Mi sono fermato sul bordo della strada per fare qualche foto. Il paesaggio si apriva in panorami enormi, la terra rossa si spaccava in gole lontane e il cielo era così pulito da sembrare dipinto.

Ho sentito il rumore del bus 4×4 prima di vederlo. Quando passano quei mezzi sullo sterrato, le pietre volano. Per la fretta sono risalito in macchina di scatto e ho sbattuto la testa contro lo stipite della portiera. Un colpo sordo, profondo.

Ho capito subito che non era uno di quelli che passa in trenta secondi.

In pochi istanti avevo il viso coperto di sangue. Marika è una che con il sangue fatica a mantenere la calma. L’ho sentito nel tono della sua voce mentre scendeva dalla macchina. Così, piegato in avanti per evitare che il sangue mi riempisse la faccia, ho iniziato a darle indicazioni. Passami l’acqua. Prendi un asciugamano. Stai tranquilla e respira.

Non so quanto siamo rimasti lì. In certi momenti la cognizione del tempo scompare. Forse venti minuti, forse meno. Non avevamo ghiaccio, così ho preso una lattina fredda dal frigo portatile e l’ho tenuta premuta sulla testa per ridurre il gonfiore. Asciugamano pulito, cappello sopra per tenerlo fermo. La ferita era ampia e profonda, e l’ospedale più vicino era a due giorni di strada.

Quando mi sono sciacquato la faccia e ho bevuto un po’ d’acqua, Marika mi ha chiesto se fossi sicuro di poter continuare.

Sì. La strada era ancora lunghissima ed eravamo appena partiti.

Mentre riprendevo un po’ di lucidità, il primo pensiero è stato per quella sensazione della mattina. Marika non ha detto niente. Non ce n’era bisogno.

Gibb River Road – Guadando il Pentecost River

Un rumore d’aria

Sono passate più di due ore da quella sosta. Due ore di sterrato che definire pessimo sarebbe quasi riduttivo: corrugazioni continue, massi spigolosi, la Terracan che vibrava da cima a fondo. Da un po’ avevo quella sensazione, sottile ma presente, che avremmo forato. Lo sentivo in ogni pietra che usciva da sotto le ruote.

Poi, finalmente, la strada ha cominciato a migliorare. Davanti a me si intravedeva un tratto più regolare. Ho allentato le spalle per la prima volta da ore.

È stato allora che è arrivato il rumore: un colpo secco dalla ruota anteriore destra, poi l’aria che usciva. Ho stretto il volante e mi sono lasciato scappare un “No, cazzo!” Marika mi ha guardato di scatto. Le ho detto senza giri di parole che avevamo forato. Ho accostato in una piazzola di terra rossa e quando sono sceso la gomma era già a terra. Un taglio largo, fatto da una pietra spigolosa.

Ho tirato fuori il kit di riparazione per pneumatici 4×4 e ho provato. Poi ho riprovato. Poi ancora. La gomma non teneva. Venti minuti di tentativi, mani sporche di nero, il sole che picchiava sulla schiena. Ho deciso di cambiare la ruota.

Nel frattempo si è fermata una coppia. Ha chiesto se avessimo bisogno di aiuto e ha dato una mano senza aspettare di essere chiamata. In Western Australia funziona così.

Avevamo la ruota di scorta. Il problema era uno: adesso non l’avevamo più. Centinaia di chilometri di sterrato ancora davanti, senza ricambio.

Un sorriso amaro, e via.

Il navigatore e il fiume

Siamo arrivati alla Mt Barnett Roadhouse nel tardo pomeriggio, svuotati. Non avevamo segnale da ore: Google Maps era inutile. Avevo aperto Maps.me, affidandomi a una traccia offline che in quel momento sembrava abbastanza, ma sulle piste remote della Kimberley non era esattamente infallibile. Il campground di Manning Gorge era lì vicino, ormai.

Avrei potuto scendere dalla macchina e chiedere alla roadhouse dove si trovasse. Mi sarebbero bastati trenta secondi.

Non l’ho fatto.

La stanchezza, il caldo, la giornata che si accumulava addosso. Ho guardato il navigatore, ho preso la strada indicata e siamo andati. Dopo qualche chilometro il percorso si è fatto più stretto, la vegetazione si è chiusa intorno, e poi davanti a noi c’era un fiume.

Ho pensato: un altro guado. Qui ce ne sono ovunque.

La Gibb River Road e le sue corrugazioni

Su entrambe le sponde c’erano orme di pneumatici. Qualcuno era passato, o almeno sembrava. Ho ingranato la prima e ho iniziato ad avanzare piano. Ma qualcosa non tornava: la strada era troppo stretta. Come avrebbero fatto a passare i caravan che avevo visto nel campground?

Mi sono fermato.

Sono sceso, sono andato sul bordo e ho guardato nel fiume. Sotto c’erano delle rocce alte e irregolari. In quel momento avrei dovuto tornare indietro. Ma ero convinto di farcela, e sono risalito in macchina.

Ho messo le ruote anteriori nell’acqua.

La Terracan ha cominciato ad andare giù. Non tanto, non velocemente, ma abbastanza da farmi capire cosa sarebbe successo se avessi accelerato. Se non fossi sceso a guardare, avrei spinto sull’acceleratore come si fa in un guado normale, e lì sarei rimasto, sulle rocce, nel mezzo del nulla.

Ho tolto il piede dall’acceleratore e ho fatto un bel respiro.

Ho ingranato la retromarcia e ho cominciato a uscire. Qualche manovra scomoda, la vegetazione che raschiava ai lati, le ruote che cercavano appoggio sulla riva fangosa. Ci sono voluti alcuni minuti che sembravano molto di più. Ma sono uscito.

Siamo tornati alla roadhouse. Trenta secondi di domanda ci hanno fatto perdere un’ora di strada percorsa nella direzione sbagliata. Avevamo lasciato il Pentecost River alle sette del mattino. Erano quasi le cinque di sera. Non avevamo pranzato.

Panorama sulla Gibb River Road

Alcune volte bisogna fermarsi

Quella sera, al campground di Manning Gorge, ci siamo tuffati nel fiume per toglierci di dosso la polvere rossa e alzare un po’ il morale. Per caso abbiamo ritrovato la coppia che ci aveva aiutato a cambiare la ruota. Erano due medici. Hanno controllato la ferita in testa senza che glielo chiedessi, con quella naturalezza tranquilla di chi sa cosa sta guardando.

Niente di grave, mi hanno detto. Tienila pulita.

Dopo la doccia, dopo cena, con la stanchezza che pesava come una coperta bagnata, mi sono rimesso a pensare a quella sensazione del mattino. Non con rimpianto, o almeno non solo. Con rispetto.

La giornata era andata storta tre volte. Tre volte avevo dovuto fermarmi, respirare, trovare una soluzione. Quando l’avevo fatto, le cose si erano risolte. Quando invece avevo accelerato, di testa o con la macchina, avevo rischiato di peggiorare tutto.

C’è una cosa che il viaggio ti insegna, se lo lasci fare. Quando la situazione si complica, la risposta quasi mai è correre. È fermarsi. Fare un respiro. Ripartire con più lucidità di prima. Vale in un guado nel nulla della Kimberley. Vale anche fuori da lì.

Conclusione

Le orme dei dingo erano ancora nella mia testa mentre mi addormentavo. La lattina fredda sulla fronte. Il sibilo della gomma. Le ruote anteriori che andavano giù nel fiume.

Tre momenti, tre segnali ignorati. E tre volte la stessa lezione: in certi posti del mondo, e forse anche nella vita, andare più piano può salvarti.

Ti è mai capitato di ignorare una sensazione e poi pentirti? Raccontamelo nei commenti.

Se vuoi rivivere la Gibb River Road dall’inizio, ho scritto una guida completa alla Gibb River Road con itinerario, gole, costi e tutto quello che serve sapere prima di partire.

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