Gattonavo nella terra quando ho capito che stava finendo

da Fabio Dentico
San Pedro

Erano le quattro del mattino. Uscivo da una yurta dopo ore di cerimonia, con il San Pedro ancora nel sangue e un freddo atlantico che mi mordeva la pelle sudata. Davanti a me, una piccola cupola di rami e coperte scure. Dentro, pietre roventi. Tra poco Amaru avrebbe ricominciato a cantare.

Il posto più occidentale d’Europa

Cabo da Roca mi ha sempre trasmesso qualcosa di difficile da nominare. Ci sono stato tre volte e ogni volta ho avuto la stessa sensazione: trovarmi al margine di qualcosa, non solo geograficamente. È il punto più occidentale dell’Europa continentale, una scogliera che si tuffa nell’Atlantico. C’è un faro, in cima, e il vento lì non smette mai.

Quello che mi portava sempre a guardare verso l’orizzonte era una cosa semplice: dall’altra parte di quell’oceano c’è il Sud America. Non lo vedi, ovviamente. Ma lo sai. E per me, che in quel continente avevo viaggiato per quasi due anni e mezzo in totale, che lì avevo cambiato pelle, sapere che bastava seguire la linea dell’acqua per arrivarci era abbastanza.

Il Workaway era in un bosco vicino a Cabo da Roca. Tre settimane in una tenda tra gli alberi, con l’oceano visibile da alcune radure. Cucinavamo, badavamo all’orto, riparavamo quello che si rompeva. Il bagno era a secco, un sistema senza acqua che scompone i rifiuti organici nel terreno, senza scarichi e senza odori violenti se gestito bene. La doccia era all’aperto, acqua fredda, con il vento atlantico che non ti dava tregua.

Il posto lo gestiva una coppia. Lui, che chiamerò Amaru, aveva trascorso anni nella foresta amazzonica con gli sciamani, imparando l’uso rituale delle piante medicinali. Ogni anno tornava lì per mesi. Aveva un tono di voce che non alzava mai.

I cactus nell’orto

Dopo qualche giorno ho notato che nell’orto c’erano molti cactus colonnari, alti, fuori posto rispetto al resto. Ho chiesto. Amaru mi ha spiegato cosa fossero. Si chiama San Pedro, o Huachuma nella lingua quechua delle Ande, ed è una delle piante medicinali più antiche del Sud America: usato in cerimonie rituali da oltre tremila anni, da guaritori chiamati curanderos, per diagnosticare malattie e per entrare in connessione con il mondo spirituale. Non è una droga da sballo. È un rito. E come tutti i riti veri, ha delle regole.

Sapevo che la pianta si muoveva in una zona legale complessa in molti paesi europei. Ma in quei giorni nessuno parlava di droghe. Si parlava di rituali, di tradizioni, di intenzioni.

Ho iniziato a fare domande. Ogni giorno ne facevo di più. Amaru rispondeva con calma, a volte con domande. Un giorno ci disse che da lì a pochi giorni ci sarebbe stata una cerimonia di San Pedro e Temascal e che avremmo dovuto aiutare nella pulitura dei cactus. Ho chiesto subito di poter partecipare. Mi ha detto no: non c’era posto.

In realtà stava aspettando qualcosa. Nei giorni successivi continuava a chiedermi perché volessi partecipare, cosa mi aspettassi, cosa stessi cercando. Più che curiosità, sembrava che stesse cercando di capire se fossi davvero pronto. Il giorno prima della cerimonia, quando ormai non ci pensavo più, mi ha detto che si era liberato un posto. E che non avrei pagato nulla.

La notte del falò

Prima di entrare nella yurta, ci siamo riuniti intorno a una buca scavata nel terreno. Amaru ha disposto la legna seguendo criteri precisi, ha posizionato le pietre sotto e ha iniziato a pregare ad alta voce, con una voce che sembrava parlare alla terra più che a noi. Poi ha dato fuoco alla legna. Quelle pietre sarebbero rimaste nel fuoco per ore: le stesse pietre che poi sarebbero entrate con noi nel Temascal.

Una sua collaboratrice è rimasta lì per tutta la notte, ad alimentare il fuoco e a vegliare le pietre.

Siamo entrati nella yurta intorno alle 18:00. Eravamo una decina, forse qualcuno in più. Amaru sedeva in fondo, di fronte all’ingresso. Noi in cerchio, con la schiena verso le pareti della yurta. Ognuno era lì per una ragione diversa: c’era chi portava un dolore, chi cercava di liberarsi da qualcosa, chi era lì con un familiare o un compagno. Nessuno ha detto tutto subito. Ma stando in quel cerchio, si sentiva il peso di quello che ognuno portava con sé.

Il rapé e il silenzio prima

Prima di bere il San Pedro, Amaru ha fatto il giro con il rapé, una miscela di tabacco e altre piante usata da alcune popolazioni amazzoniche durante i rituali. Si assume soffiandolo direttamente nelle narici attraverso uno strumento di legno, il Tepi, quando è un’altra persona a farlo.

Io non avevo mai provato niente di simile. Ho aspettato che fosse Amaru ad avvicinarsi. Mi ha chiesto se fossi pronto. Ho detto sì. Ha inserito il Tepi nella narice sinistra e ha soffiato forte. Gli occhi hanno iniziato a lacrimare subito, la narice bruciava, e quella sensazione è salita rapidamente alla testa. Non era piacevole. Ma era già in corso, e non c’era motivo di fermarsi. Quando mi ha chiesto se fossi pronto per la seconda narice, ho detto di nuovo sì, anche se non lo ero del tutto.

Mi ci è voluto qualche minuto per riprendermi. Guardavo gli altri intorno a me che lo assumevano da soli, con naturalezza, e mi chiedevo quante volte ci volesse per arrivare a quel punto di familiarità con qualcosa di così sconosciuto.

Il bicchiere

Amaru aveva preparato tre contenitori con tre dosaggi diversi: leggero, medio, forte. Essendo la mia prima volta, ho bevuto quello più leggero. Non ricordo bene il sapore, so che non era sgradevole. Sono tornato al mio posto, mi sono seduto, ho chiuso gli occhi.

Amaru ha iniziato a intonare i canti sacri. Attorno a me le reazioni erano immediate e diverse: qualcuno piangeva, qualcuno vomitava, qualcuno si agitava. Io ero calmo. Eravamo in viaggio da qualche mese, io e Marika, e stavamo vivendo uno di quei periodi in cui non cerchi nulla perché hai già quello che ti serve. Avevamo conosciuto persone con cui era stato facile stare bene, vissuto giornate semplici che ci avevano lasciato addosso una strana leggerezza. In quel momento non volevamo niente di più di quello che avevamo. E forse è per questo che il San Pedro non ha avuto bisogno di fare molto lavoro.

Dopo il secondo bicchiere, quello meno diluito, sono arrivate le immagini. Fiori colorati che crescevano e si aprivano velocemente, come caleidoscopi in movimento. Non avevo controllo su di essi: arrivavano e basta, con gli occhi chiusi. Non erano piacevoli né spaventosi. Erano lì. E io facevo fatica a capire se stessi guardando qualcosa di reale o se stessi guardando dentro me stesso.

Quella domanda mi è rimasta addosso per giorni.

In quelle ore avevo perso completamente la cognizione del tempo. La mente viaggiava veloce, i pensieri si spostavano da una parte all’altra senza che fossi io a guidarli. Mi sentivo leggero, ma non me ne rendevo conto sul momento. Ancora oggi faccio fatica a spiegare con precisione cosa abbia provato. Ho vissuto qualcosa di nuovo, qualcosa che non mi è del tutto chiaro, qualcosa che forse ha bisogno di ancora più tempo per essere capita. Quello che so è che queste cerimonie possono davvero darti qualcosa, ma solo se le affronti con il cuore e la mente liberi da pregiudizi. Non è un gioco. Non è uno sballo. È qualcosa di molto più profondo, e si sente.

Gattonavo nella terra quando ho capito che stava finendo

Intorno alle 4:00 del mattino siamo usciti dalla yurta. L’aria fresca dell’Atlantico è stata come una mano aperta sul viso. Poi ho visto il Temascal.

Il Temascal è una capanna sudatoria cerimoniale di origine mesoamericana, una cupola costruita con rami intrecciati e coperte pesanti, alta circa un metro. Per entrare bisogna inginocchiarsi e gattonare. All’interno, al centro, una buca con le pietre roventi che il fuoco aveva preparato per ore. Si svolge in cicli: le pietre vengono introdotte, l’acqua viene versata su di esse, il vapore sale, la temperatura cresce. Poi l’ingresso si riapre, un po’ d’aria entra, e si ricomincia. È considerato una rinascita: si entra nel buio e nel calore come in un grembo, e si esce dall’altra parte.

Eravamo entrati solo con un costume da bagno o in intimo. Io mi sono posizionato il più lontano possibile dalle pietre, vicino all’ingresso. Avevo ancora le lenti a contatto, cosa che si è rivelata una scelta infelice: il calore era tale che tenevo gli occhi chiusi quasi tutto il tempo. L’aria che respiravo era calda. Non tiepida: calda, pesante, densa di vapore. La sentivo scendere nei polmoni ad ogni respiro, come se l’interno del corpo dovesse adeguarsi a quello che c’era fuori.

Quando l’ingresso si è aperto la prima volta, ho tirato un respiro e ho pensato che fosse finita. Invece hanno introdotto nuove pietre, completamente rosse. Poi di nuovo. Poi ancora. Quattro cicli in totale, e a ogni nuovo giro il calore saliva di un gradino. Alla terza e quarta fase mi sono sdraiato sul pavimento di terra, il più basso possibile, cercando l’aria meno calda vicino al suolo. La terra era fredda sotto la schiena, mentre tutto il resto bruciava. I canti di Amaru riempivano la capanna, e quel suono era l’unica cosa a cui aggrapparsi. Il contatto con la terra, con la Pachamama, mi dava una forza che non sapevo di avere.

Non ricordo a cosa pensassi. Forse a niente. Forse solo al calore che sentivo entrare dentro di me e attraversarmi completamente, mentre la pelle e ogni parte del corpo era bollente. Il tempo aveva smesso di esistere.

Poi Amaru ha smesso di cantare e ha chiesto se qualcuno avesse qualcosa da dire. Una donna, sulla sessantina, seduta vicino alla buca, nella parte più calda di tutto il Temascal, ha iniziato a parlare. Parlava di un dolore che aveva portato con sé, di qualcosa che non riusciva a lasciare andare, e che l’aveva portata fin lì, in quella capanna rovente, in quella notte, in quel cerchio di sconosciuti.

Non ricordo le parole. Ricordo che mentre parlava io ero disteso sulla terra, sudato, sporco, al limite. E ho avuto un pensiero lucido in mezzo a tutto quel calore: quanta forza ha questa donna. Seduta nel punto più caldo, con quasi il doppio dei miei anni, e ancora capace di parlare, di cercare, di stare dentro.

Qualcuno ha iniziato a chiedere, piano, che si concludesse. Amaru si è irrigidito. Ha chiesto silenzio e rispetto. La donna ha finito.

Quando siamo usciti, ho gattonato fuori dalla capanna. Intorno a me c’era gente provata, silenziosa. Alcuni si erano completamente denudati durante la cerimonia, non so se per il calore o per qualcosa di più difficile da spiegare. Credevo di essere stato lì dentro un’ora, forse un’ora e mezza. Erano passate più di tre ore. Accaldato, esausto, coperto di terra. Ci siamo fatti una doccia fredda con l’acqua dell’esterno e ci siamo seduti intorno al falò. L’alba era già passata da un po’. La cerimonia era finita.

Il cerchio si chiude

Ma non era ancora finita del tutto.

Alle 11:30, dopo qualche ora di riposo, ci siamo ritrovati nella yurta. Stesse posizioni, stesso cerchio, stessa luce che filtrava dall’esterno. Amaru ha preso la parola e ha chiesto a ognuno di noi di raccontare perché avesse deciso di partecipare alla cerimonia, come fosse andata, cosa avesse portato via. Un giro di voci, uno alla volta.

Alcuni parlavano ancora con le lacrime in gola, come se il corpo continuasse a liberarsi di qualcosa che la notte aveva solo iniziato a sciogliere. Chi raccontava un lutto, chi un dolore tenuto troppo a lungo dentro, chi semplicemente non sapeva ancora cosa dire ma sentiva che qualcosa era cambiato. Dopo poco più di un’ora, la cerimonia si è conclusa davvero.

Cosa mi sono portato a casa

Il giorno dopo stavo bene, fisicamente. Ma mentalmente continuavo a girare intorno alla stessa domanda: cosa era stato reale e cosa no. Non nel senso ansioso del termine, ma con curiosità genuina. Le immagini dei fiori che si aprivano erano mie o erano della pianta? Il calore del Temascal era sopportabile perché ero forte o perché il San Pedro mi aveva cambiato la percezione? Non lo so ancora.

Quello che so è che quella notte mi ha avvicinato a qualcosa che avevo sempre tenuto a distanza: l’idea che ci siano modi di stare nel corpo e nella mente che noi occidentali non pratichiamo, non perché non esistano, ma perché non ci fermiamo mai abbastanza a lungo da trovarli.

A volte mi chiedo come la vivrei oggi, con una mente più affollata di allora. Quali pensieri verrebbero a galla. Quali reazioni avrebbe il mio corpo. Non c’è risposta, naturalmente. Per averla dovrei solo rifarlo. E chissà che l’occasione non si ripresenti, prima o poi.

Conclusione

Cabo da Roca guarda il Sud America senza vederlo. Quella notte, in un bosco vicino al faro, ho toccato qualcosa che veniva da lì, da quel continente che mi ha cambiato. Non ho avuto la grande visione. Non ho pianto o urlato come altri intorno a me. Pensavo che la parte più intensa sarebbe stata la pianta, le immagini, il calore. Invece il momento che ricordo di più è una donna sulla sessantina seduta nel punto più caldo del Temascal, che parlava del suo dolore mentre tutti noi eravamo al limite. Non so se sia riuscita a lasciarlo andare. So che quella scena non l’ho dimenticata.

Hai mai partecipato a una cerimonia tradizionale durante un viaggio? Raccontami nei commenti cosa hai vissuto.

Se vuoi approfondire il mondo del Workaway e come funziona, o leggere di altri momenti in cui il viaggio ha smesso di essere turismo e ha iniziato a essere qualcos’altro, trovi tutto nel blog di Vita da Wanderlust.

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