Incontri in viaggio: le persone che mi hanno cambiato la rotta

da Fabio Dentico
Incontri in viaggio

Eravamo in tenda, sul Salkantay Trek, a quasi 4000 metri di altitudine. Fuori il freddo mordeva e dentro Lou Lou parlava. Parlava del Sud America, dei suoi percorsi, dei posti che avrei dovuto assolutamente vedere prima di lasciare la Bolivia. A un certo punto ha pronunciato un nome: Huayna Potosí. Non sapevo neanche dove si trovasse. Lui lo aveva scalato qualche mese prima, venendo da sud verso nord, esattamente il contrario della mia direzione. A prima vista mi sembrava una pazzia. Poi, nel silenzio della montagna, mentre l’idea prendeva forma, ha iniziato a sembrarmi semplicemente la cosa giusta da fare. È così che nascono gli incontri in viaggio più importanti: senza preavviso, in un posto sperduto del mondo, con uno sconosciuto che in pochi minuti diventa qualcuno.

Menù rapido:

1. Quando uno sconosciuto ti cambia la rotta
2. Il turco senza nome di Máncora
3. Il catalano di San Agustín
4. Mirna e la prima comunione a La Paz
5. Il sardo di Bucaramanga
6. Il francese di Semporna
7. Imparare a salutare
8. Conclusione

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Se ancora non mi conosci, sono Fabio, travel blogger e fotografo specializzato in viaggi outdoor e avventure in natura selvaggia. Ho viaggiato 14 mesi in solitaria in Sud America, quasi due anni in Western Australia e in mezzo a tutto questo ho incontrato persone che hanno cambiato il corso di alcune delle esperienze più belle della mia vita. Condivido solo esperienze vissute in prima persona. Seguimi su Instagram per altri contenuti e ispirazione @vitadawanderlust.

Quando uno sconosciuto ti cambia la rotta

Lou Lou era francese. Si chiamava Laurent, ma tutti lo conoscevano come Lou Lou. L’ho incontrato durante il Salkantay Trek, il trekking di cinque giorni che porta fino a Machu Picchu passando per le Ande e terminando quasi alle porte dell’Amazzonia. Lui scendeva verso nord, io salivo verso sud: cammini opposti, direzioni opposte, eppure durante quei giorni in tenda abbiamo condiviso buona parte dei rispettivi viaggi.

Ci scambiavamo consigli, tappe, avvertimenti. Il classico scambio tra viaggiatori che camminano in senso contrario e quindi, in un certo senso, si passano il testimone di ciò che viene. Lui aveva appena attraversato la Bolivia. Io ci sarei arrivato qualche mese dopo. Ed è stato in uno di quei momenti di conversazione, con le scarpe che si asciugavano vicino alla tenda e le stelle sopra i 4000 metri, che Lou Lou mi ha messo in testa l’idea dello Huayna Potosí.

All’inizio ero scettico. Avevo già scalato il Cotopaxi in Ecuador, sapevo cosa significava quel tipo di fatica, quella mancanza d’aria, il freddo della notte prima di partire per la vetta. Ma l’idea di superare i 6000 metri aveva un fascino che non riuscivo a ignorare. Quando sono arrivato a La Paz, avevo già deciso. Ho contattato la guida, mi sono preparato e ho raggiunto quella vetta. E quella soddisfazione, quella specifica soddisfazione, ha aperto una porta. L’anno dopo sono tornato in Bolivia per scalare l’Illimani a 6438 metri.

Sulla vetta dell’Illimani

Se non avessi incontrato Lou Lou su quel sentiero, probabilmente non avrei fatto nulla di tutto questo. Non esiste modo di saperlo con certezza, ma ne sono abbastanza convinto. Certe esperienze arrivano perché qualcuno, in un momento preciso, ti dice la parola giusta nel posto giusto.


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Il turco senza nome di Máncora

Questo è forse l’incontro più strano da raccontare, perché non so neanche il nome di questo ragazzo. Era turco, eravamo entrambi fermi a Máncora, cittadina sulla costa peruviana dove io mi ero ritrovato bloccato per alcune settimane per via di un problema fisico che mi impediva di spostarmi. Lui era di passaggio, come spesso succede negli ostelli.

Una sera a cena abbiamo iniziato a parlare di viaggi, com’è naturale che accada. Mi ha chiesto dove stessi andando, gli ho detto che stavo pensando di raggiungere l’Amazzonia peruviana, con Iquitos come destinazione ovvia. Era la scelta logica, la più nota, quella che tutti prendevano. Ha scosso la testa. Mi ha detto che conosceva un posto molto meno turistico, più piccolo, più autentico e decisamente più economico: Lagunas. Da lì si accede alla Riserva Nazionale Pacaya Samiria, ma senza le strutture pensate per il turismo di massa che rendono Iquitos un’esperienza controllata e ripulita.

Ho deciso di fidarmi di uno sconosciuto di cui non sapevo neanche il nome. E quella scelta mi ha regalato quella che ancora oggi considero la mia esperienza più bella in Amazzonia: giorni su una canoa nel silenzio della foresta, con solo il rumore dei remi nell’acqua e il verso degli animali. Nessun motore, nessun gruppo organizzato, nessuna comodità costruita per rassicurare il turista. Solo la selva vera.

Ancora adesso, quando ci penso, mi viene da sorridere. Il consiglio più importante che ho ricevuto in Sud America me l’ha dato qualcuno il cui nome non ho mai saputo.

Il catalano di San Agustín

San Agustín è uno di quei posti in Colombia dove arrivi per due giorni e ti ritrovi a restare settimane. Il Parco Archeologico con le sue statue precolombiane, il verde intenso della zona, il ritmo lento del paese: tutto congiura per fermarti. E lì, facendo un Workaway, ho conosciuto Gerard, un ragazzo catalano di cui ricordo benissimo la storia.

Era arrivato a San Agustín durante un viaggio in Colombia, come backpacker, senza piani particolari. A un certo punto aveva visto un ostello in vendita. L’aveva comprato. Così, di punto in bianco, si era trasformato da viaggiatore a proprietario di un piccolo ostello in un paese andino colombiano.

C’è qualcosa in questa storia che continuo a portarmi dentro. Non tanto la scelta in sé — comprare un ostello durante un viaggio richiede un coraggio e una leggerezza che non tutti hanno — ma il fatto che l’avesse fatto con una naturalezza disarmante. Come se fosse l’ovvia continuazione del viaggio, non una deviazione da esso. Come se la vita nomade avesse le sue logiche interne che a chi sta fermo non sono sempre comprensibili.

Mirna e la prima comunione a La Paz

Mirna l’ho conosciuta a La Paz. Una signora boliviana, energica, generosa, con quella capacità tutta sudamericana di accogliere uno sconosciuto come se lo conoscessero da sempre. Mi ha fatto scoprire angoli della città che non avrei trovato da solo, mi ha portato nei mercati giusti, mi ha raccontato la sua quotidianità con quella semplicità che solo chi non ha nulla da dimostrare si può permettere.

A un certo punto mi ha invitato alla prima comunione di sua figlia. Un momento privato, di famiglia, in cui non avrei mai pensato di essere ammesso come ospite. Eppure mi hanno fatto sedere a tavola con loro, mi hanno offerto quello che avevano, mi hanno trattato come se facessi parte di qualcosa.

Ricordo che seduto lì, mentre guardavo quella tavolata semplice, la mia mente ha iniziato a fare paragoni involontari. In Italia le comunioni sono diventate qualcosa di diverso: grandi sale, catering, outfit coordinati, fotografi professionisti. Una corsa all’apparenza che ha poco a che fare con quello che si dovrebbe celebrare. A La Paz, in quella stanza, c’era solo una famiglia che festeggiava un momento importante con quello che aveva. E si sentiva, si sentiva davvero che era abbastanza.

È il tipo di lezione che non arriva mai dai luoghi, ma sempre dalle persone.

Il sardo di Bucaramanga

Bucaramanga è una di quelle città colombiane che non trovi quasi mai nei percorsi standard del turismo. Sta nel mezzo, non è né la Colombia coloniale di Cartagena né il verde di Salento, ha un carattere suo che mette un po’ in difficoltà chi si aspetta un’attrazione precisa da fotografare. Io mi ero fermato lì per qualche giorno, quel tipo di sosta che non hai programmato ma che il viaggio ti porta a fare.

E in un ristorante, quasi per caso, ho conosciuto Pino, un sardo che gestiva una pizzeria. Si era trasferito lì per amore, aveva aperto il locale, si era costruito una vita a migliaia di chilometri da casa. La pizza era anche buona, devo dirlo. Ma quello che ricordo di più è la conversazione a fine cena, quando con la semplicità di chi conosce davvero un posto ha iniziato a mettermi in guardia su alcuni aspetti della Colombia che da turista avrei potuto non vedere.

Non era allarmismo, era lucidità. Il tipo di informazione che solo chi vive un posto davvero può darti. Mi ha spiegato che in Colombia era abbastanza diffusa una pratica di cui avevo già sentito parlare, ma che non avevo mai approfondito: alcune ragazze adescano i ragazzi, li drogano e li rapinano. I modi per farlo sono diversi — una bevanda, una sigaretta, qualcosa nel cibo — e purtroppo era capitato a diversi miei amici e ad altri viaggiatori che avevo incrociato nel tempo. Me l’ha detto senza enfasi, come si dice a qualcuno a cui vuoi bene prima che parta per un posto che conosci.

Non è un invito alla paranoia — la Colombia è un Paese meraviglioso e la stragrande maggioranza degli incontri che ho avuto lì è stata positiva. Ma quella conversazione mi ha reso più attento, e l’attenzione in certi contesti non è mai sprecata.

È uno degli aspetti che mi piace di più del viaggiare lentamente: ti dà il tempo di sedere a tavola con le persone giuste e ascoltarle.

Il francese di Semporna

Semporna è una città nel Borneo malese che ha una reputazione bizzarra tra i viaggiatori. In molti la definiscono brutta, caotica, uno scalo obbligato per raggiungere le isole di Sipadan e poco altro. Noi ci siamo rimasti quattro giorni, in una struttura fuori dal centro — scomoda da raggiungere, ma circondata da un silenzio che in città non avresti trovato — e in quel tempo ho avuto la fortuna di incontrare un signore francese che alloggiava lì con noi.

Settanta anni, in giro per il Borneo, da solo. Mi ha detto che aveva iniziato a viaggiare cinquant’anni prima, quando non esisteva internet, quando l’informazione viaggiava di bocca in bocca o non viaggiava affatto, quando organizzare un itinerario significava fidarsi di qualcuno che ci era già stato oppure lanciarsi al buio.

L’ho riempito di domande. Era il tipo di conversazione che puoi fare solo con qualcuno che ha davvero vissuto abbastanza da avere prospettiva. Gli ho chiesto come aveva vissuto il cambiamento tecnologico, come aveva visto cambiare le nuove generazioni di viaggiatori, cosa pensava del turismo di oggi rispetto a quello di ieri. Aveva opinioni precise, senza nostalgia inutile ma con quella chiarezza di chi ha visto abbastanza da poter fare confronti veri.

Una delle cose che ha detto e che mi è rimasta: che viaggiare prima dell’era digitale ti obbligava a una presenza totale. Non potevi cercare il ristorante su un’app, non potevi condividere una foto in tempo reale, non potevi distrarti con lo schermo. Eri lì, e basta. Il posto ti entrava dentro per forza.

Non so il suo nome. Ma quei giorni a Semporna restano tra i più belli di tutto il viaggio nel Sudest asiatico.

Imparare a salutare

C’è una cosa che il viaggio lungo ti insegna e che è difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta: impari a salutare. Non nel senso banale del termine, ma nel senso di riuscire a lasciare andare senza che ti costi troppo.

In ostello, durante un trekking, su un bus notturno in Perù: incontri persone con cui in pochi giorni costruisci qualcosa di intenso. Condividi conversazioni che non avresti con amici di una vita. Ti racconti con una libertà che forse ti spaventa a casa. E poi ognuno riparte nella sua direzione, e quelle persone tornano a essere sconosciuti.

Con alcuni resti in contatto, grazie ai social, che per i viaggiatori hanno un senso preciso e concreto: non per i like, ma per sapere dove si trovano, per incrociare di nuovo la loro storia in qualche angolo del mondo. Con altri non hai mai più niente a che fare, e va bene così. Fa parte del gioco.

Non tutto deve durare per avere valore. Alcune cose pesano proprio perché sono temporanee.

Se vuoi capire quanto il viaggio in solitaria amplifica questo tipo di incontri, ho scritto una guida completa su quello che ho imparato in 14 mesi zaino in spalla. E se ti stai chiedendo se è meglio viaggiare da soli o in coppia, la risposta dipende molto anche da questo: da quanto sei disposto ad aprire la porta agli sconosciuti.

Io e Lou Lou durante il Salkantay Trek

Conclusione

Raccontarli tutti sarebbe impossibile. Quelli che ho scritto qui sono quelli che ricordo con più nitidezza, quelli che hanno lasciato qualcosa di concreto: un’idea, una direzione, una prospettiva che prima non avevo. Ma ce ne sono stati tanti altri — il tempo di una cena, una mattina condivisa, uno scambio veloce su un bus — che fanno parte di un insieme più grande, di quel cambiamento graduale e inconsapevole che il viaggio opera su di te senza che te ne accorga.

Il viaggio non è solo la somma dei posti che hai visto. È anche — forse soprattutto — la somma delle persone che hai incontrato lungo la strada. E alcune di quelle persone, anche senza saperlo, ti hanno portato esattamente dove dovevi arrivare.

Hai fatto anche tu incontri che ti hanno cambiato la rotta? C’è uno sconosciuto che ti ha dato un consiglio al momento giusto — su un sentiero, in un ostello, a cena con qualcuno che non avresti mai dovuto incontrare? Raccontamelo nei commenti.

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