I tronchi di legno a terra li avevo già visti. Ho alzato gli occhi verso il cartello. Lo stesso. Stesso numero di chilometri, stesso palo piantato nel fango, stessa direzione verso un campeggio che sembrava irraggiungibile. Avevo camminato per almeno un’ora nella direzione sbagliata e la foresta mi aveva riportato esattamente dove ero prima, senza che me ne accorgessi. Fuori era quasi buio. Ero fradicio. E avevo i jeans.
La foresta Valdiviana a novembre
I jeans li avevo messi quella mattina senza pensarci. Non come scelta: semplicemente non avevo considerato cosa avrebbe significato indossarli per tredici chilometri di foresta pluviale temperata in Cile, a novembre, con la pioggia. Nello zaino c’erano diciotto chili per tre giorni di trekking: troppi, inutili in buona parte, frutto della stessa inesperienza che mi aveva fatto sbagliare ogni altra valutazione. Nel telefono non c’era nessuna mappa offline. Sapevo dove volevo arrivare e la direzione approssimativa, e questo mi era sembrato sufficiente.
La foresta Valdiviana non lascia entrare la luce. Alerce millenari, coihues, una vegetazione così fitta che il cielo sparisce sopra di te e il rumore della pioggia diventa un muro uniforme ovunque, sulle foglie, sui rami, sul terreno.
L’odore è di terra bagnata e legno marcio, intenso, quasi fisico. Il fango aumentava a ogni passo: prima alle caviglie, poi alle ginocchia in certi tratti, e i jeans si inzuppavano e pesavano e sbattevano contro le gambe. Il sentiero lo seguivo a vista, cercando i nastri colorati legati ai rami degli alberi: ogni nastro era una piccola conferma, un respiro. Quando i nastri c’erano, andavo avanti. Quando non li trovavo, rallentavo e guardavo intorno.
Dopo il ponte in legno sul fiume, la pioggia aveva aumentato di intensità e il sentiero aveva cominciato a sparire sotto l’acqua che si alzava. I tronchi posizionati a terra come segnavia erano ancora visibili, ma il terreno era diventato uniforme. A un certo punto mi sono trovato davanti a una pozzanghera enorme, larga diversi metri, che aveva allagato tutto rendendolo identico in ogni direzione. I nastri colorati non si vedevano da nessuna parte.
Ho scelto quella che mi sembrava la direzione giusta e ho continuato.
Tornato al punto di partenza
Un’ora dopo ho riconosciuto i tronchi. Poi il cartello. Ero tornato esattamente dove ero prima, e non avevo idea di quando fosse successo.
In quel momento è arrivata la crisi. Non gradualmente: tutta insieme. Ero stanco, inzuppato, infreddolito, e mi ero perso in un bosco senza segnale, senza nessuno nei dintorni, con il buio che avanzava. Ho guardato intorno cercando un posto dove piantare la tenda. Stavo seriamente considerando di fermarmi lì e tornare indietro il giorno dopo. Nella testa avevo un pensiero preciso e poco elegante: non ci sarei mai venuto, se avessi saputo com’era. Ora mi fermo qui.
Poi ho urlato.
Non ho chiamato nessuno. Non c’era nessuno. Ho urlato nel bosco più forte che potevo, due, forse tre volte, e a ogni urlo usciva qualcosa di fisico: la stanchezza, la rabbia contro me stesso, la paura che non riuscivo a chiamare con il suo nome. Non avevo mai fatto una cosa del genere. Non c’era mai stato uno spazio per farlo. Lì c’era, e l’ho usato.
Dopo le urla è arrivato il silenzio. Solo la pioggia sulla volta degli alberi e il mio respiro affannoso.
E dopo qualche minuto, in modo del tutto inaspettato, è arrivata la calma. Non so da dove venisse. So che ho fatto due respiri profondi e che qualcosa nella testa si è rimesso in ordine. Ho smesso di pensare a quanto fosse brutta la situazione e ho cominciato a pensare a come uscirne.
Sono tornato alla pozzanghera e ho preso una direzione diversa rispetto alla prima. Non sapevo se fosse quella giusta. Speravo. Poi ho visto un nastro colorato legato a un ramo. Poi un altro. Ero sul sentiero.
Il ramo e i jeans
Il fango arrivava alle ginocchia. Lo zaino sembrava più pesante di prima, inzuppato d’acqua.
Tenere l’equilibrio era diventato un calcolo continuo su dove appoggiare ogni passo. A un certo punto ho perso l’equilibrio e sono scivolato, e un ramo appuntito mi ha colpito il sopracciglio. Ho sentito il graffio, ho portato la mano alla faccia. Poi ho pensato: pochi centimetri più in alto. In una zona senza segnale, senza nessuno nelle vicinanze. Non finisco quel pensiero nemmeno adesso.
Mi sono rialzato. I jeans si erano strappati del tutto tra le gambe, aperti, pieni di fango. Lo zaino sulle spalle. Il sopracciglio graffiato. E ancora chilometri davanti.
C’è una sensazione precisa in cui il corpo vorrebbe fermarsi ma non ha alternativa: non è forza di volontà, è solo la logica della situazione. Andare avanti era l’unica cosa che aveva senso fare. Un passo alla volta, i jeans strappati che sbattevano nel fango, concentrato solo sul nastro colorato successivo.
Poi un cartello: venti minuti al campeggio. I venti minuti più lunghi della mia vita. Ne ho impiegati almeno il doppio. Ma alla fine ho visto il cancello, e poi l’area tende, e poi non ho fatto nient’altro per un po’.
Erano le venti. Più di nove ore di cammino, oltre venti chilometri sulle gambe. Come beffa finale, aveva smesso di piovere.
Conclusione
Quella notte, verso le due, ho aperto la cerniera della tenda. Il cielo sopra la Valle de Cochamò era sgombro e pieno di stelle, così dense da sembrare irreali. Ho preso la fotocamera e il treppiede e sono rimasto lì un po’, senza pensare a niente di particolare.
Il mattino dopo c’era un cielo di un blu intenso, le vette innevate, la luce sugli alberi. Avevo fatto bene a venire. Lo capivo già allora, anche sapendo che avrei dovuto ripercorrere lo stesso sentiero al ritorno. Ma ha poco senso preoccuparsi di quello che non è ancora arrivato mentre hai una valle così davanti agli occhi.
Il giorno prima avevo odiato quel sentiero. Quella mattina non vedevo l’ora di restare.
Se stai pianificando il trekking nella Valle de Cochamò, trovi tutti i dettagli pratici nella guida completa. Porta una mappa offline. Non indossare i jeans.
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