Ho accettato senza indugio

da Fabio Dentico
Ho accettato senza indugio

I nonni di una bambina boliviana che non avevo mai visto prima erano seduti alla mia sinistra e mi chiedevano dell’Italia. Fuori dai finestroni, la luce di mezzogiorno entrava diritta sul tavolo ovale, illuminava il riso, il pollo, il dolce preparato per l’occasione. La bambina, gli stessi ricci afro della madre e una tunica bianca che la faceva sembrare un po’ più grande, ogni tanto mi lanciava un’occhiata timida. Ero lì da qualche ora e ancora non capivo bene come ci fossi finito.

La salteña e la leggenda del bacio

Ero arrivato a La Paz dal Lago Titicaca con uno zaino pieno di polvere peruviana e una voglia enorme di stare fermo. Mi sarei fermato lì più del solito: la città era la base di partenza per scalare lo Huayna Potosí, e un ragazzo francese incontrato mesi prima lungo il Salkantay Trek me ne aveva parlato con un entusiasmo tale da mettermelo in testa per settimane. Prima di buttarsi su una vetta a oltre seimila metri, qualche giorno di acclimatazione non fa mai male.

Avevo conosciuto Mirna su Facebook qualche settimana prima. Organizzava tour in Bolivia, amava il suo paese con una generosità contagiosa, e quando ci siamo incontrati di persona ha proposto di portarmi a vedere la città. Non ci ho pensato due volte.

Mi ha portato nei vicoli del Mercado de las Brujas: erbe essiccate appese ai soffitti bassi, feticci di lama, odori dolci e aspri che non riuscivi a separare uno dall’altro. Mi ha mostrato la basilica, le strade principali e la Valle della Luna ai margini della città con i suoi pinnacoli di terra che sembrano usciti da un altro pianeta. E poi, in un chiosco sul marciapiede, mi ha messo davanti una salteña.

La salteña è l’empanada di La Paz: guscio croccante e all’interno carne, patate e piselli in un brodo speziato che il calore rende quasi liquido. Chi al primo morso non riesce a trattenerlo, secondo la leggenda, non sa baciare. Mirna me lo ha detto ridendo, con quella faccia di chi ti sta lanciando una sfida. Ho raccolto la sfida.

Non mi sono sporcato. Mirna ha riso.

Un invito che non mi aspettavo

Qualche giorno dopo, mentre tornavamo dalla Valle della Luna, Mirna mi ha detto: “Domenica c’è la comunione di mia figlia. Vieni?”

Sono rimasto in silenzio per un secondo. Un evento privato, di famiglia. Uno di quei giorni che le persone vivono con chi conta davvero. E lei lo stava aprendo a uno sconosciuto con lo zaino.

Ho accettato senza indugio.

Non avevo nulla di adeguato. Mesi di viaggio producono un guardaroba essenziale: magliette, pantaloni da trekking, qualcosa di tecnico che asciuga in fretta. Per l’occasione ho tirato fuori il massimo disponibile: un paio di pantaloni lunghi e una camicia di jeans. Mirna mi ha detto che andava bene così, e non sembrava dirlo tanto per dire.

La bambina con la tunica bianca

La messa era in una chiesa di quartiere, semplice. Banchi di legno, luce naturale che filtrava bassa, il prete che parlava in uno spagnolo lento e chiaro. Niente di monumentale, niente di costruito per fare effetto.

La figlia di Mirna era in prima fila con la sua tunica bianca, i ricci afro stretti in un’acconciatura da cerimonia. Era una bambina solare, si capiva, ma in quel momento era seria, rigida come si è quando si sa di essere guardati. Ogni tanto si voltava verso la madre.

Ho scattato qualche foto. Non molte: capivo che non era quello il momento per fare il fotografo.

Intorno a quel tavolo

In mesi di viaggio ero quasi abituato a trovarmi seduto al tavolo con persone che non conoscevo. Le esperienze di couchsurfing mi avevano portato in case di sconosciuti, a condividere pasti e storie. Ma una comunione è un’altra cosa.

A pranzo eravamo in pochi: Mirna con i due figli, i suoi genitori, il fratello con la compagna. E io.

La casa era semplice e luminosa. La sala da pranzo aveva finestroni alti. A La Paz, a oltre tremilaseicento metri, la luce entra quasi aggressiva: bianca, dura, come se l’altitudine togliesse i filtri all’aria. Sul tavolo ovale c’era il riso e il pollo, immancabili in quella cucina, poi frutta e un dolce per la bambina. Niente di esibito. Tutto cucinato con cura.

I genitori di Mirna erano anziani, con le rughe profonde di chi ha vissuto molto e la faccia buona di chi non ha niente da dimostrare. Erano seduti alla mia sinistra e hanno cominciato subito a chiedermi da dove venivo, com’era l’Italia, da quanto ero in viaggio. Curiosi in modo genuino, non per cortesia.

A un certo punto la mia mente è scivolata via.

Non nel senso di annoiarsi: nel senso di uscire dal tavolo e guardarsi da fuori. Un viaggiatore solitario seduto al pranzo della comunione di una famiglia boliviana. Una camicia di jeans. Riso e pollo. La bambina con la tunica bianca che mi lanciava occhiate di sottecchi.

Ho pensato alle comunioni a Bari. Alle tavolate infinite, ai vassoi da riempire e portare a casa, allo spreco come linguaggio dell’abbondanza. Non l’ho mai sopportato: il cibo buttato, le critiche sottovoce su chi aveva fatto più o meno bella figura, la festa come performance collettiva. Intorno a quel tavolo di poche persone, senza niente da dimostrare a nessuno, ho sentito qualcosa che non riuscivo a nominare con esattezza. Non era nostalgia. Era sollievo.

Non è un caso che, qualche anno dopo, quando io e Marika abbiamo deciso di sposarci, abbiamo scelto qualcosa di completamente diverso: solo le famiglie più strette, un’isola nel Golfo di Thailandia, Koh Tao. Ma questa è un’altra storia.

Il pranzo è durato poco più di due ore. Quando ho salutato, la bambina mi ha dato la mano con una serietà che ha fatto ridere tutti.

Conclusione

Sono tornato a La Paz altre tre volte, negli anni. Ogni volta ho ripercorso quegli stessi vicoli, ho mangiato un’altra salteña e ho pensato a Mirna. Ci siamo sentiti ogni tanto, anche per qualche collaborazione di lavoro. È uno di quegli incontri che il viaggio lento ti regala solo se hai la pazienza di non correre verso la prossima destinazione.

Non so ancora bene perché mi avesse invitato. Forse non c’è un perché. Forse apriva semplicemente le porte alle persone, e io ero lì.

Hai mai ricevuto un invito inaspettato che ha cambiato il modo in cui guardavi un posto? Raccontamelo nei commenti.

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