Slow Travel: Come viaggiare lentamente ha cambiato il mio sguardo

da Fabio Dentico
Slow Travel

C’è stato un tempo in cui tornavo a casa dai viaggi con i piedi distrutti, centinaia di foto sul telefono e la sensazione strana di non aver vissuto nulla davvero. Avevo visto tutto quello che c’era da vedere, spuntato ogni voce dalla lista — eppure qualcosa mancava. Ho impiegato anni e migliaia di chilometri per capire cosa fosse. La risposta aveva un nome: slow travel. Non come tecnica o tendenza da seguire, ma come uno sguardo completamente diverso sul mondo e su sé stessi. In questo articolo ti racconto come il viaggio lento ha trasformato il mio modo di viaggiare, perché non è stato una scelta consapevole ma una trasformazione silenziosa — e perché credo che chiunque dovrebbe provarci almeno una volta.

Menù rapido:
  1. Il viaggiatore che correva
  2. Come tutto è cambiato: la Colombia e l’amaca degli altri
  3. Cos’è lo slow travel (davvero)
  4. Quando la fotografia mi ha insegnato la pazienza
  5. Marika, la colazione e il falò in Western Australia
  6. Il lato onesto: difficoltà e organizzazione
  7. Come iniziare a viaggiare più lentamente
 

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Se ancora non mi conosci, sono Fabio, travel blogger e fotografo specializzato in viaggi outdoor e avventure in natura selvaggia. Da anni esploro il mondo zaino in spalla, documentando culture autentiche e percorsi fuori rotta. Seguimi su Instagram per altri contenuti e ispirazione @vitadawanderlust

Prima di partire, un consiglio che non darò mai per scontato: viaggia sempre assicurato. Per me la scelta da anni è Heymondo, un’assicurazione di viaggio completa e flessibile che copre anche le situazioni più impreviste. Per te, che leggi Vita da Wanderlust, c’è uno sconto del 10% su Heymondo! Lo trovi a questo link.

Il viaggiatore che correva

Quando ho iniziato a viaggiare avevo una voglia quasi compulsiva di vedere quanti più posti possibili. Scegliere una meta significava costruire una lista — i luoghi da non perdere assolutamente, le attrazioni imperdibili, i panorami da fotografare. E ogni giornata diventava una corsa silenziosa contro il tempo. Uscivo di prima mattina e rientravo la sera con i piedi doloranti, dopo aver camminato per chilometri pur di spuntare ogni casella.

Era, a pensarci ora, lo stesso identico ritmo della vita in ufficio. Sveglia, corsa al lavoro, ore interminabili, straordinari non pagati, allenamento post lavoro, serate compresse. Sempre a letto tardi nell’illusione di recuperare il tempo perduto tra quattro mura. Ma il tempo non si recupera. Ciò che è passato è passato per sempre — e io questo lo sapevo già, lo sapevo e continuavo a correre lo stesso, perché era l’unico modo che conoscevo di stare al mondo.

Quando ho deciso di partire per il Sud America avevo in testa un piano orientativo: sei mesi, nove Paesi. Un’idea più che un programma preciso, ma già abbastanza per capire come stavo ancora impostando le cose. Le prime settimane in Colombia mi muovevo abbastanza in fretta: vedevo quello che volevo vedere, e poi passavo oltre.

Come tutto è cambiato: la Colombia e l’amaca degli altri

Non ricordo il momento esatto, né il posto preciso in cui qualcosa ha cominciato a cambiare. Non c’è stato uno strappo netto, una rivelazione improvvisa. È stata una transizione lenta e silenziosa, come sempre sono le cose più importanti.

In ostello, durante i trekking, incontravo altri viaggiatori che erano in giro da mesi, se non da anni. Li osservavo. Non riempivano obbligatoriamente le loro giornate — anzi. Si prendevano del tempo per fermarsi. Un pomeriggio di relax in giardino sull’amaca. Una chiacchierata spensierata con altri viaggiatori. Un libro letto all’ombra di un albero. Non avevano fretta di andare. Avevano voglia di godersi il tempo, non riempirlo. E quella distinzione — godersi il tempo invece di riempirlo — mi è rimasta in testa come un sasso in uno zaino leggero.

Ogni cammino, ogni silenzio, ogni incontro scuoteva qualcosa in me. Man mano che questa nuova visione del viaggio — ma soprattutto della vita — si faceva sempre più chiara, iniziai a vedere le cose con occhi diversi. Dopo circa un mese mi fermai e capii che in sei mesi non avrei mai potuto vedere per bene nove Paesi, non davvero, a meno di non correre. E correre significava tornare al punto di partenza: collezionare timbri invece di esperienze.

Così decisi che il mio viaggio non avrebbe avuto una scadenza predefinita, ma sarebbe finito quando avrei sentito che era giunta l’ora. Devo essere onesto: tutto questo è stato possibile perché avevo tempo a disposizione e un piccolo gruzzoletto che mi permettesse di viaggiare senza sperperare. Chi mi legge da un po’ sa quanto io sia attento ai conti e ai viaggi low budget — quella libertà non è piovuta dal cielo, me la sono costruita.

Sono in viaggio da otto anni. In tutto questo tempo avrei potuto fare il giro del mondo, ma in realtà ho visto “pochi” Paesi rispetto a molte persone. Non perché mi sia mancata la voglia, ma perché ho scelto di fare tanto tempo in pochi Paesi invece che tanti Paesi in poco tempo. Mi piace l’idea di vivere in un posto, davvero. Di fermarmi il tempo che reputo necessario per scoprirlo al meglio. Come a Madeira, dove mi sono fermato un mese e mezzo. O nei vari Paesi del Sud America, dove ho trascorso mesi interi e in alcuni sono anche tornato più volte. Non è una limitazione — è una scelta.

E non mi è mai pesato vedere meno, se questo significava vivere di più.

Cos’è lo slow travel (davvero)

Non è una questione di tempo o denaro

Se cerchi una definizione pulita, lo slow travel è un approccio al viaggio che privilegia la qualità dell’esperienza rispetto alla quantità delle mete visitate. Ma questa formulazione non mi convince del tutto, perché rischia di far sembrare lo slow travel una cosa per chi ha tanto tempo o tanto denaro. Non è così.

Per fare questo non bisogna per forza andare dall’altra parte del mondo o partire per mesi. Lo si può fare anche in un weekend o in una giornata alle porte della propria città. Una passeggiata al mare, un trekking in montagna, una mattina al mercato di un paese vicino. Lo slow travel comincia nel momento in cui decidi di smettere di correre — e puoi farlo ovunque.

Farlo piano, davvero

Nella pratica, viaggiare lentamente vuol dire gustarsi il dolce far niente seduti lungo le sponde di un fiume circondati da una foresta. Camminare a piedi per una città o un luogo, percorrendo anche alcuni chilometri invece di prendere un mezzo — anche quando qualcuno ci dice che non c’è nulla di particolare da vedere. Ci sarà sempre qualcosa da vedere. Una costruzione dallo stile insolito, una bancarella della frutta colorata, un incrocio di sguardi con gli abitanti del posto.

Mi piace passeggiare per le località poco turistiche, perché è lì che si osserva la vera cultura di un popolo. Quando si parla di Indonesia si pensa subito a Bali, regina incontrastata del turismo indonesiano e meta amatissima dai nomadi digitali — nonostante ci sia stato due volte, devo ancora capire esattamente perché. Ma l’Indonesia ha oltre 17.000 isole. Noi abbiamo trascorso più di un mese sull’isola di Sumatra, dove la maggior parte dei turisti va solo per osservare gli oranghi nella giungla e poi riparte subito.

In molte località non c’era nulla di “turistico”, ma mi piaceva passeggiare per le strade. Spesso eravamo gli unici occidentali in giro e trovare qualcuno che parlasse inglese era un’impresa ardua — e questo rendeva tutto più autentico. La gente ci fermava per strada e ci chiedeva una foto. A noi. Solo perché eravamo “diversi”. Molte persone non erano mai uscite dal loro Paese, e vedere degli occidentali tra i loro villaggi suscitava una curiosità genuina, disarmante. Tutto ciò non sarebbe stato possibile se anche noi avessimo corso e saltato quei luoghi.

Foto con alcuni ragazzi a Medan

Lo slow travel come scelta

Ho ascoltato più volte la storia di Alvaro Neil, un viaggiatore spagnolo che ha percorso in bicicletta quasi tutti i Paesi del mondo. Ha scelto la bici proprio per viaggiare lentamente: con un bus o un’auto, il paesaggio scorre a cinquanta, cento chilometri all’ora. In bici no. Si procede piano, e questo permette di osservare cose che chi viaggia su mezzi più veloci si perde inevitabilmente. La stessa logica vale per chi cammina a piedi. Personalmente non credo che farei né l’uno né l’altro — ma nella vita mai dire mai, e un giorno, chissà.

Oggi siamo abituati al tutto e subito. Grazie ai social vediamo le mete ancora prima di raggiungerle, e in molti casi si è persa l’emozione della scoperta, dell’attesa. Quante volte mi capita di trovarmi davanti a paesaggi straordinari, ad animali dalla bellezza incredibile, e vedere gente che arriva, scatta una foto, fa una storia su Instagram e riparte verso la prossima casella della lista, senza godersi nulla. Tutto ciò un po’ mi rattrista.

Ognuno viaggia come crede, questo è poco ma sicuro — ma in un mondo dove la soglia di attenzione è di due o tre secondi:

viaggiare lentamente è quasi un atto di rivoluzione.

Nell’era dell’apparire e dei like, dove tutti fanno la gara a chi ha più bandierine e ha visto più Paesi, ti consiglio di non partecipare. Quando scegli una destinazione, godila davvero — non fare tre Paesi in due settimane, soprattutto se si tratta di Paesi grandi come quelli sudamericani. Ogni posto, ogni popolo, ogni cultura necessita di tempo. Non è una gara.

Slow Travel: Quando la fotografia mi ha insegnato la pazienza

C’è un aspetto del mio rapporto con lo slow travel che ho capito in modo chiaro solo ripensandoci: la fotografia mi costringe ad andare lento. Non è un effetto collaterale — è una condizione necessaria.

Quando sono in viaggio con la macchina fotografica, ogni passo diventa più lento, più consapevole. Cammino osservando, cercando il soggetto giusto, la luce giusta, il momento giusto. L’idea stessa di fare un viaggio veloce mentre fotografo wildlife è praticamente impossibile, almeno per me. Mi piace gustarmi ogni passo scrutando l’orizzonte, aspettando la luce che cambia o il passaggio di un animale. La fotografia è pazienza — tanta pazienza, soprattutto in certi contesti.

Fotografia Wildlife

Per questo motivo, quando organizzo o partecipo a tour in luoghi come il Pantanal, l’Amazzonia o la giungla di Sumatra per avvistare gli oranghi, cerco di farlo sempre in solitaria o, negli ultimi anni, solo con Marika. Ho i miei tempi e non voglio né condizionare né farmi condizionare da nessuno. Un gruppo che aspetta crea pressione. La pressione uccide la pazienza. E senza pazienza non c’è fotografia, e non c’è slow travel.

Marika, la colazione e il falò in Western Australia

Incontrare Marika è stata una grandissima fortuna. Avere la stessa idea di viaggio è stata una fortuna ancora più grande. L’ho scritto già nell’articolo su viaggiare da soli o in coppia, e lo confermo: lei ha contribuito in modo importante a farmi rallentare ancora di più. A farmi godere insieme quelle piccole cose che per altri sarebbero insignificanti, ma per noi sono importantissime.

Uno dei momenti che più amiamo durante la giornata — e che abbiamo imparato ad apprezzare in modo ancora più significativo durante la nostra esperienza australiana — è la colazione. Ci piace alternare giornate intense, trekking, escursioni e lunghi road trip, a momenti di pura calma godendoci una ricca colazione circondati dalla natura, quando e dove è possibile, o nei posti del cuore scoperti nei luoghi dove abbiamo vissuto o ci siamo fermati un po’ più a lungo, come Koh Tao e Siargao.

Durante il nostro ultimo road trip in Western Australia ci siamo goduti tramonti infuocati seduti a pochi passi da fiumi o dall’oceano, mentre lo scoppiettio del falò faceva da contorno al canto dei pappagalli e l’imbrunire lasciava spazio alla notte e alla Via Lattea. Non avevamo apparentemente nulla. In realtà avevamo tutto.

Ogni singolo istante era ed è prezioso, perché il tempo è una delle cose più importanti che abbiamo e non dobbiamo sprecarlo, né per forza riempirlo con cose inutili o che non ci va di fare. Va bene fermarsi. Va bene andare piano e anche non fare nulla — senza il senso di colpa di chi sente che dovrebbe essere altrove.

Colazione in spiaggia in WA
Notte stellata

Slow Travel – Il lato onesto: difficoltà e organizzazione

Sarei disonesto se ti dicessi che adottare uno stile di viaggio lento non ha portato nessuna difficoltà. Ne ha portata una, in particolare, e la trovo difficile anche da spiegare.

Da quando ho iniziato a viaggiare più lentamente, quando devo organizzare qualche giorno in una nuova destinazione faccio spesso fatica. Non ho più quella voglia di pianificare tutto giorno per giorno, e in alcuni casi non ho nemmeno il piacere di farlo. A me piace informarmi leggermente su una destinazione e poi scoprirla direttamente sul posto, parlando con gli abitanti, passeggiando per i mercati, lasciando che siano i luoghi a parlarmi invece di seguire un copione scritto prima di partire. Marika vive esattamente la stessa cosa.

C’è anche un’altra cosa che ho smesso di fare: preoccuparmi delle mete che non vedo. Quando scelgo di restare tre giorni in un posto invece di passarne uno e correre al successivo, so che sto rinunciando a qualcosa. Ma ho capito che rinunciare alla quantità non è una perdita — è una scelta consapevole. Preferisco conoscere davvero un luogo piuttosto che sfiorarne dieci. E questo vale sia per i grandi viaggi che per un weekend fuori porta. Il tempo che dedico a un posto è la misura del rispetto che ho per quel posto, per le persone che lo abitano, e in fondo anche per me stesso.

Come iniziare a viaggiare più lentamente

Non esiste una destinazione migliore di un’altra per cominciare. Piccoli villaggi sudamericani o del sud-est asiatico offrono ritmi naturalmente lenti, certo — ma ho trovato quella stessa qualità anche in angoli remoti del Western Australia, in certi borghi del Portogallo dove ho fatto Workaway, o semplicemente vicino casa mia in Puglia.

Quello che ti consiglio non è una destinazione specifica, ma un cambio di approccio. La prima cosa è scegliere meno: se hai dieci giorni, non pianificare dieci posti. Scegline due o tre e abitali davvero. Poi cammina — anche quando ti dicono che non c’è nulla da vedere lungo il percorso, perché ci sarà sempre qualcosa. Una costruzione dallo stile insolito, un odore inaspettato da un vicolo, uno sguardo scambiato con qualcuno del posto. Queste cose non le trovi su nessuna guida.

Parla con la gente. È la cosa più semplice e più sottovalutata che esista. Un locale seduto al suo bar di fiducia sa cose che nessuna app potrà mai dirti. E lascia spazio all’imprevisto: non riempire ogni ora. Il vuoto nel programma non è un problema — è esattamente dove succede il meglio.

L’unica cosa che ti consiglio di portare — e che non occupa spazio nello zaino — è la disponibilità a non avere un programma preciso. Svuotare la mente è la prima cosa da mettere in valigia. Lo slow travel non è una questione di mezzi o di attrezzi: è una sensazione che parte e cresce dentro di noi, e nessun gadget può accelerarla.

Amazzonia peruviana

Slow Travel: Il viaggio più bello è quello che non hai fretta di finire

Lo slow travel non è per tutti, e non voglio convincerti che sia l’unico modo giusto di viaggiare. Ho amici che corrono da un posto all’altro e si divertono da morire — e lo rispetto. Ma se senti che qualcosa manca nei tuoi viaggi, se guardi le foto e non ricordi la sensazione di quei posti, se torni a casa con l’impressione di aver sfiorato i luoghi invece di viverli, forse vale la pena provarci.

Viaggia come ritieni sia opportuno, perché ognuno di noi è diverso. Ma non precluderti la possibilità di cambiare. Io di certo non mi precluderò, se dovesse presentarsi l’occasione giusta, di fare un giorno un viaggio interamente a piedi o in bicicletta — anche se al momento non rientrano nelle mie priorità e preferisco altre tipologie di viaggio.

Lo slow travel è un argomento che mi sta davvero a cuore, e mi piacerebbe molto ascoltare il tuo punto di vista. Scrivimi nei commenti o su Instagram @vitadawanderlust, se ti va.

Buon viaggio. E, se puoi, fallo lento.

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