Quando sono arrivato a La Paz per visitare la città e per scalare il Huayna Potosí, mai avrei immaginato che a distanza di un anno sarei ritornato per scalare l’Illimani, la seconda montagna più alta della Bolivia e la più alta della Cordillera Real. A 6438 metri, con un ghiacciaio ripido, crepacci e quasi sette ore di ascesa notturna, scalare l’Illimani è stata l’esperienza più dura ma anche più bella della mia vita in montagna. In questa guida trovi tutto quello che devi sapere per organizzarti: costi aggiornati, quando andare, cosa portare e la mia esperienza giorno per giorno.
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Sono Fabio, travel blogger e fotografo specializzato in viaggi outdoor e avventure in natura selvaggia. Da anni esploro il mondo zaino in spalla, documentando culture autentiche e percorsi fuori rotta. Condivido solo esperienze vissute in prima persona: consigli pratici, costi reali e nessun filtro. Il mio obiettivo è aiutarti a pianificare viaggi autentici, non farti solo sognare. Seguimi su Instagram @vitadawanderlust.
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Quando andare sull’Illimani
Il periodo migliore per scalare l’Illimani è la stagione secca, da maggio a ottobre. In questi mesi il cielo è generalmente limpido, le precipitazioni rare e la neve più compatta, il che rende le condizioni sul ghiacciaio più sicure e gestibili. Con l’arrivo della stagione delle piogge, da novembre ad aprile, il rischio di valanghe aumenta sensibilmente e la scalata diventa sconsigliata. Ho scalato a settembre, in piena stagione secca: le condizioni erano buone, ma il freddo notturno era comunque intenso.
Scalare l’Illimani: quanto è difficile davvero?
L’Illimani non è una montagna per principianti. A differenza del Huayna Potosí, che è accessibile anche a chi non ha mai scalato un seimila, l’Illimani richiede una buona acclimatazione, esperienza su ghiaccio e una condizione fisica solida. La parete è ripida e sfiancante, con tratti verticali continui e quasi nessuna sezione pianeggiante dove recuperare fiato. I crepacci obbligano a procedere a zig zag e l’altitudine, oltre i 6000 metri, rende ogni passo uno sforzo enorme.
Il consiglio più importante: scala prima il Huayna Potosí per acclimatarti e prendere confidenza con le tecniche su ghiaccio. Solo così avrai le basi per affrontare l’Illimani in modo responsabile. La montagna merita rispetto, sempre e comunque. Raggiungere la vetta è bello, ma viene prima la vita. Se non sei in condizioni, torna indietro.
Come organizzare la scalata dell’Illimani
La scalata va effettuata obbligatoriamente con una guida autorizzata. Le agenzie si trovano a La Paz e il consiglio è di prenotare con anticipo, soprattutto in alta stagione. Ogni guida può accompagnare una o due persone: se uno dei due scalatori è costretto a scendere per qualsiasi motivo, tutti devono tornare indietro. Per questa ragione ho scelto di farlo da solo.
La scalata standard si effettua in quattro giorni: il primo per raggiungere il campo base a 4500 m, il secondo per salire al campo alto (Nido del Condor) a 5500 m, il terzo per la salita notturna alla vetta e la discesa, il quarto per il rientro. È possibile farlo in tre giorni, ma solo se si è già ben acclimatati: la riduzione di un giorno aumenta lo sforzo in modo significativo.
Prima della scalata, è fondamentale aver trascorso almeno diversi giorni sopra i 3000 metri. La Paz si trova tra i 3200 e i 4100 metri a seconda del quartiere: sfrutta questo vantaggio per acclimatarti prima di partire. Per trovare alloggio a La Paz, puoi cercare su Booking.com.
Costi per scalare l’Illimani
Per la scalata privata ho pagato 3700 bolivianos, che includevano guida, portatore, trasporto, tende, pasti e attrezzatura tecnica. Il tour privato ha un costo maggiore rispetto a quelli condivisi, ma garantisce una guida dedicata e maggiore flessibilità sui tempi.
A questo va aggiunta la tassa d’ingresso al parco nazionale: circa 100 bolivianos a persona. I prezzi possono variare, quindi è sempre consigliabile verificare sul posto al momento della prenotazione.
Cosa portare per scalare l’Illimani
L’attrezzatura tecnica (ramponi, piccozza, imbracatura, casco, corda) è generalmente fornita dall’agenzia e inclusa nel tour. Quello che devi portare tu riguarda l’abbigliamento e gli accessori personali:
- Abbigliamento termico a strati: maglia termica, pile, giacca a vento
- Pantaloni tecnici impermeabili
- Guanti doppi o tripli: uno strato sottile sotto quello imbottito (io ho usato tre paia durante la salita)
- Calze pesanti (due paia)
- Scarponi da alta montagna
- Torcia frontale con batterie nuove o ben cariche
- Crema solare ad alta protezione e burro cacao
- Occhiali da sole
- Cappello e passamontagna
- Scalda collo in pile
- Acqua (il necessario per raggiungere il campo base)
- Snack energetici: barrette, cioccolato fondente
- Macchina fotografica
- Zaino da 50-60 litri
Un consiglio che ho imparato sulla mia pelle: se hai il raffreddore, tienine conto. Sopra i 6000 metri, respirare con la bocca a causa del naso otturato provoca un bruciore alla gola intenso e rende tutto più difficile.
Domande frequenti sull’Illimani
È necessaria esperienza alpinistica per scalare l’Illimani?
Sì. L’Illimani non è adatto a chi non ha mai scalato in quota. È consigliabile aver scalato in precedenza almeno il Huayna Potosí e aver acquisito esperienza su ghiaccio con ramponi e piccozza. La parete è ripida e continua, senza tratti pianeggianti dove recuperare.
Quanto tempo dura la scalata?
Il percorso standard dura quattro giorni: campo base (4500 m), campo alto o Nido del Condor (5500 m), salita notturna alla vetta (6438 m) e discesa. È possibile farlo in tre giorni se si è già ben acclimatati, ma lo sforzo aumenta notevolmente.
Qual è il periodo migliore per scalare l’Illimani?
Da maggio a ottobre, in stagione secca. Le condizioni meteo sono più stabili, la neve più compatta e il rischio valanghe ridotto. Da novembre ad aprile la scalata è sconsigliata.
Si può scalare l’Illimani senza guida?
No. La normativa boliviana impone l’obbligo di guida autorizzata per tutti i non-professionisti.
Serve un’assicurazione specifica?
Sì. Un’assicurazione standard non copre attività ad alta quota e soccorso alpino. Per te, che leggi Vita da Wanderlust, c’è uno sconto del 10% su Heymondo. Verifica sempre che il piano includa la copertura in alta quota.
Ci sono pericoli specifici sull’Illimani?
Sì. La montagna presenta crepacci, tratti su roccia friabile, valanghe in stagione umida e temperature molto rigide durante la salita notturna. Al campo alto sono presenti croci in memoria di scalatori che hanno perso la vita: non dimenticare mai che la montagna va sempre rispettata.
La mia esperienza sull’Illimani
Una nuova sfida
Io e German, la mia guida, eravamo in auto diretti a La Paz. Il Huayna Potosí, alle nostre spalle, ci vedeva andar via dopo avermi concesso la possibilità di raggiungere la sua vetta e regalarmi una delle albe più belle della mia vita.
Il mio cuore era pieno di gioia mentre la mia mente era piena di pensieri, di sogni e tra una curva e l’altra ho chiesto a German quale montagna avrei potuto scalare se fossi ritornato in Bolivia, e senza esitazione mi ha risposto: «L’Illimani».
Dopo un po’ sono rimasto in silenzio, con la testa rilassata sul poggiatesta e lo sguardo rivolto verso la strada, immaginando come sarebbe stato raggiungere la sua vetta a 6438 m, quanto sarebbe stato duro, se mai ci fossi riuscito, quando sarei potuto ritornare in Bolivia e sognando altre sfide sempre più ardue. In poche parole la mia testa era un’esplosione di pensieri che viaggiavano velocemente.
Non so se sia un bene o un male, ma non riesco a tenere a freno i pensieri neanche quando dovrei fermarmi e godermi il momento. Una volta raggiunto l’obiettivo, ma spesso anche prima, già penso a quello successivo. Molte volte mi dico che dovrei spegnere i pensieri, respirare e nient’altro, ma non ho ancora capito come si fa.
A maggio 2019, dopo 14 mesi in Sud America, sono rientrato in Italia. Ho iniziato a lavorare come coordinatore di viaggi di gruppo per un Tour Operator e le prime mete che mi hanno assegnato sono state la Colombia e il Perù.
La gioia e l’emozione di ritornare in quel continente che ormai reputo come la mia seconda casa erano accompagnate da un unico pensiero, quasi un’ossessione: scalare l’Illimani. Ecco che a distanza di pochi mesi avevo la possibilità di provarci e sfidarmi nuovamente.
La scalata dell’Illimani
Dopo mesi di attesa e di preparazione fisica e mentale, finalmente era giunto il momento di iniziare. La scalata sarebbe dovuta durare quattro giorni, ma per qualche piccolo inconveniente e incomprensione tra me e German, l’avrei dovuta fare in soli tre giorni.
«Ce la farò in soli tre giorni?» Non so quante volte avrò rivolto questa domanda a German. L’Illimani mi spaventava un po’ e sinceramente non mi sentivo pronto al 100%, ma lui continuava a ripetermi che ce l’avrei fatta senza problemi. Non so se veramente credeva in me o lo faceva solo per darmi coraggio, ma ormai avevo deciso che ci avrei provato e non mi sarei tirato di certo indietro.
Giorno 1
Alle ore 9:00 abbiamo lasciato La Paz. La mia guida era José, una delle guide dell’agenzia di German, che mi aveva assicurato che era preparato e che avrebbe fatto di tutto per aiutarmi a raggiungere il mio obiettivo.
Man mano che ci allontanavamo dalla città e ci avvicinavamo all’Illimani, la montagna diventava sempre più alta e imponente, e proporzionalmente aumentavano i miei dubbi, le mie paure, le mie insicurezze che cercavo di scacciare con dei respiri profondi e ricordando le parole di incoraggiamento di chi aveva appoggiato questa mia “pazzia”.
In circa tre ore di auto e qualche sosta fotografica, siamo arrivati a Pinaya, un piccolo villaggio andino situato a 3700 m e luogo di partenza per chi decide di provare l’ascesa al Pico Sur seguendo la via Normale. Abbiamo scaricato l’auto, pranzato e ci siamo accordati con un “portatore” che ci avrebbe aiutato in questa avventura.
La montagna si mostrava in tutta la sua grandezza. Il sole illuminava e riscaldava il mio viso rivolto costantemente verso l’alto. Il cielo azzurro contrastava il bianco della vetta e il nero delle rocce, mentre le nuvole viaggiavano velocemente mosse dal forte vento.
Non c’era più tempo da perdere. Lo zaino era sulle spalle. Ho fatto un grande respiro e siamo partiti.
Il passo era deciso, anche se non mi sentivo così ben acclimatato. A differenza dell’ultima volta, quando prima di scalare il Huayna Potosí avevo passato circa tre mesi sopra i 3000 m e avevo fatto tanti trekking sulle Ande a diverse altitudini, questa volta avevo trascorso meno tempo sulle Ande e per acclimatarmi avevo fatto qualche trekking sui 4000 m e una piccola scalata a Huaraz in Perù a “soli” 5282 m. Nonostante tutto, però, non avevo scuse. Ero lì e dovevo raggiungere la vetta.
In circa due ore di cammino non troppo faticoso tra ruscelli di acqua glaciale, lama e panorami meravigliosi, abbiamo raggiunto il campo base a 4500 m. Con mia grande sorpresa e gioia non c’era quasi nessuno, così abbiamo scelto il punto migliore dove posizionare la tenda e goderci al meglio quello spettacolo della natura.
In montagna a quella altitudine mi sarei aspettato di trovare più neve o ghiaccio, ma purtroppo non c’era nulla. Con il passare del tempo i ghiacciai perenni si ritirano sempre più velocemente lasciando spazio alla roccia.
Dopo aver montato la tenda mi sono riscaldato un po’ sorseggiando un mate di coca, mentre osservavo tramontare il sole che colorava di arancione l’Illimani situato alle mie spalle e mi sfiorava per l’ultima volta il viso prima di nascondersi dietro le montagne.
La temperatura era rigida, ma la natura aveva deciso di farmi l’ennesimo regalo. Il cielo era costellato di stelle e la via lattea era ben visibile a occhio nudo. Le Ande mi hanno regalato cieli meravigliosi che non potrò mai dimenticare.
Dopo cena ho posizionato la macchina fotografica per immortalare per sempre quel momento, prima di rifugiarmi nel sacco a pelo, riscaldarmi un po’ e mettermi a dormire.
Giorno 2
Alle prime luci dell’alba ero già sveglio. I pensieri mi avevano tenuto compagnia per tutta la notte e non ero riuscito a riposare come avrei voluto. Sul mio volto i segni di una nottata passata a girarmi e rigirarmi nel sacco a pelo nella speranza di recuperare le energie.
Alle 8:00 ero fuori dalla tenda ricoperta di ghiaccio. L’Illimani copriva il sole e non riuscivo a riscaldarmi, nonostante una tazza di mate bollente tra le mani. La cosa che mi ha stupito e mi ha lasciato senza parole è stato vedere Juan, un uomo di circa 50 anni di Pinaya, raggiungerci vestito con una semplice camicia, un maglioncino aperto sul davanti, una sciarpa molto leggera al collo, un paio di pantaloni e i sandali ai piedi. Io non sono un tipo freddoloso, tranne per mani e piedi, ma vederlo in sandali mi ha letteralmente lasciato esterrefatto.
Dopo poco meno di due ore eravamo pronti a riprendere il cammino per raggiungere il Campo alto o Nido del Condor a 5500 m.
La salita, lungo un crinale roccioso, era abbastanza impegnativa e in alcuni tratti poco sicura a causa della roccia friabile. L’aria rarefatta amplificava ogni sforzo così come l’abbassarsi della temperatura. Fortunatamente non avevamo fretta e potevo concedermi qualche sosta in più per recuperare un po’ di energie e fiato e per ammirare lo spettacolo offerto dalla Cordillera Real.
In circa quattro ore sono arrivato molto stanco e provato. Nelle gambe sentivo tutta la fatica dei due giorni di cammino e la parte più dura doveva ancora arrivare. Tutto ciò aumentava i miei dubbi e le mie insicurezze.
La vetta della montagna, nascosta da altri picchi, sembrava irraggiungibile. Lo sguardo era rivolto verso l’alto alla ricerca della possibile via di ascesa, ma la neve era uniforme e non potevo far altro che immaginarla.
Il silenzio di quel luogo così tanto lontano dalla civiltà era interrotto dalla caduta di alcune valanghe che creavano delle crepe nel mio involucro di tranquillità. Ero alla terza scalata della mia vita in alta montagna, nulla in confronto ad altri, ma abbastanza per capire che con la montagna non si scherza. Basta una piccolissima distrazione per mettersi nei guai. Ogni montagna, anche quella dall’apparenza più semplice e sicura, va affrontata con il massimo rispetto.
L’Illimani è ritenuto una montagna abbastanza sicura, ma nonostante ciò alcuni scalatori hanno perso la vita mentre cercavano di raggiungere la vetta e proprio al campo alto sono presenti alcune croci con i loro nomi incisi.
Vederle poco lontane dalla mia tenda mi ha fatto uno strano effetto. Mi trasmetteva profonda tristezza sapere che la montagna gli aveva tolto la vita, ma allo stesso tempo mi metteva in guardia sul non rischiare più del dovuto.
Alle temperature già abbastanza rigide si è aggiunta nel primo pomeriggio una leggera nevicata. Il cielo era coperto e come ogni volta mi auguravo che l’indomani mattina fosse limpido, in modo da regalarmi un bellissimo panorama una volta raggiunta la vetta.
Poco prima del tramonto è tornato il sereno. Il sole, di un colore arancione intenso, si abbassava sempre di più fino a scomparire e lasciare spazio all’oscurità. In lontananza La Paz si illuminava mostrandosi in tutta la sua grandezza.
La sveglia avrebbe suonato in piena notte, così alle 18:30 ero già in tenda per cercare di dormire il più possibile e recuperare le energie fisiche e mentali necessarie durante la scalata finale.
Giorno 3
Era mezzanotte. È suonata la sveglia. Non sapevo quanto avessi dormito, ma speravo abbastanza per aver recuperato le energie necessarie per raggiungere la vetta. Il sacco a pelo mi aveva tenuto caldo e i muscoli erano un po’ più rilassati, ma sentivo ancora la schiena e le gambe indolenzite per gli sforzi dei due giorni precedenti.
Ho iniziato a prepararmi con molta fatica, perché a quelle altitudini ogni minimo movimento richiedeva più energia del normale e mi ritrovavo subito con il fiatone. Le rigide temperature rendevano tutto più complicato e il piacevole caldo del sacco a pelo era ormai un lontano ricordo.
La parete della montagna era di fronte a me, seminascosta dal buio della notte. La guardavo mentre ero seduto nella tenda e sorseggiavo un caldo mate di coca con la speranza di riscaldarmi un po’. La testa era piena di pensieri, paure e dubbi. Era un mix di sensazioni non del tutto positive.
I ramponi erano ben saldi agli scarponi. Il casco, posizionato sopra il cappello, era stretto al punto giusto. Alle mani due paia di guanti, che sarebbero diventati tre durante la scalata. La mano sinistra impugnava la piccozza, che va tenuta sempre dal lato della montagna, quindi durante i sentieri a zig zag si cambia mano a ogni curva. Ci siamo. Era giunto il momento che tanto avevo aspettato e immaginato. Ora mancava veramente solo l’ultimo atto, il più duro. Alle ore 01:30, dopo un respiro profondo, è iniziata l’ascesa finale.
Dopo aver superato la prima parte su roccia, non senza qualche piccola preoccupazione, ho iniziato ad affondare i ramponi nel ghiaccio e questo mi faceva sentire un po’ più sicuro. L’altitudine mi lasciava senza fiato e per il freddo non sentivo più le mani. Il naso otturato, a causa del raffreddore, mi costringeva a respirare con la bocca, causandomi un fortissimo bruciore alla gola. Ero partito da poco e mi sentivo già in pessime condizioni.
La parete della montagna era veramente ripida e sfiancante e rispetto alle precedenti scalate sul Vulcano Cotopaxi o sul Huayna Potosí, dove a ripide salite si alternavano piccoli tratti pianeggianti che mi davano la possibilità di recuperare un po’ di energie, lì non facevo altro che procedere in verticale.
Mentre avanzavo a zig zag tra un crepaccio e l’altro, la testa si riempiva di pensieri negativi difficili da scacciare in certe situazioni. Ho iniziato a pensare che non ce l’avrei fatta e che forse quella volta mi ero spinto ben oltre le mie possibilità, ma non volevo cedere e cercavo di farmi forza guardando il meraviglioso cielo stellato che vegliava su di me.
In pressappoco tre ore e alcuni tratti ripidissimi, ci siamo fermati per una piccola pausa. Avevo bisogno di bere e recuperare le forze, ma il freddo intenso mi spingeva a riprendere la marcia dopo pochi minuti. Le mani e i piedi mi facevano male e per evitare che si congelassero, dovevo muoverli il più possibile. La barba era ghiacciata e non sentivo più il naso. Per riscaldarlo e proteggere la gola dal freddo, mi sono coperto con uno scalda collo in pile che rendeva ancora più difficile la respirazione.
In situazioni così dure ed estreme mi capitava di pensare a chi me l’avesse fatto fare, che potrei “accontentarmi” di bellissimi trekking di montagna che mi regalerebbero comunque panorami mozzafiato, ma poi mi ricordavo delle scalate precedenti e delle sensazioni provate. Mi ricordavo delle lacrime versate una volta in vetta e della soddisfazione che si prova lassù. Il sentirsi così piccolo al cospetto della montagna e della natura, ma allo stesso tempo sentirsi quasi invincibile e capace di affrontare ogni ostacolo o avversità che si presenterà lungo il cammino della vita.
La montagna mi ha conquistato, mi ha formato e insegnato tanto. Ormai ricordo queste sfide ogni volta che mi trovo in difficoltà e in esse trovo la forza di superare gli ostacoli.
Avevo superato i 6000 m e per ogni cinque lenti e piccoli passi mi sentivo come se avessi corso i 100 m piani. Molte volte ero costretto a fermarmi a prendere fiato. In alcuni casi mi piegavo sulla piccozza per sfruttare ogni secondo di pausa per recuperare fiato ed energie. Era dura. Era veramente molto dura e faticosa.
Il mio corpo ha iniziato a cedere. Ero veramente distrutto e ho iniziato a pensare che non sarei riuscito a raggiungere la vetta. Forse avrei dovuto fermarmi e iniziare la discesa, perché quella volta mi ero spinto oltre le mie reali possibilità. Pensavo che avrei dovuto comunque essere orgoglioso di me per quello che avevo fatto, ma la realtà era che non sarebbe stato così e allora ho spinto un altro po’. Se avessi mollato non sarebbe stato lì, non sarebbe stato ai 6000.
Mi sono fermato. Ho respirato. Ho alzato la testa e ho osservato il cielo stellato prima di voltarmi indietro verso la valle e scrutare La Paz illuminata. Sembrava così piccola. Tutto era bello da quassù. Ero pronto a ripartire, più deciso e determinato di prima. Piccolo cenno di intesa con José e siamo ripartiti.
Dopo un lungo tratto, che sembrava quasi interminabile, chiamato “Escalera al Cielo” per la sua pendenza costante e stremante, ho raggiunto una parte piana dove mi sono accasciato per riposare un po’.
La notte aveva lasciato spazio alle prime luci dell’alba e quando ho rivolto lo sguardo verso la valle sottostante, ho visto il sole sorgere al di là delle nuvole. Un’emozione ha scosso il mio corpo e il mio cuore. Le lacrime accarezzavano il mio viso e all’improvviso non sentivo più la fatica.
Per la terza volta nella mia vita avevo la fortuna di godermi l’alba in alta montagna, ma quella volta non ero in vetta e la strada era ancora lunga. Mi sono asciugato il viso, ho trovato un po’ di forze e aiutandomi con la piccozza mi sono rimesso in piedi.
Alle 08:15, dopo quasi sette lunghe, estenuanti e interminabili ore, ero finalmente sulla vetta dell’Illimani a 6438 m. Mi sono accasciato al suolo e ho iniziato a piangere. Piangevo come avevo sempre fatto ogni volta in vetta. Piangevo perché trattenere le lacrime era veramente impossibile. La gioia, la soddisfazione, l’orgoglio, la felicità per avercela fatta erano incontenibili e indescrivibili. Mi ripetevo: ce l’avevo fatta, anche quella volta. Piangevo perché la natura regala capolavori inimmaginabili dove il bianco della neve si confonde con quello delle nuvole. Piangevo perché le emozioni che si provano in questi momenti non possono essere raccontate o descritte, ma solo vissute. Ogni parola, video o fotografia non potrebbe mai esprimere realmente cosa si prova quassù.
Mi sono alzato, ho abbracciato e ringraziato José per avermi aiutato a raggiungere questo nuovo traguardo e subito dopo mi sono goduto uno dei panorami più belli della mia vita. In lontananza ho visto il Huayna Potosí. Mi trovavo su quella vetta che solo un anno prima vedevo sbucare tra le nuvole e mai avrei pensato di scalare. L’Illimani, la montagna protettrice di La Paz, non faceva più così paura.
Ho rivissuto la fatica di quelle sette ore, dei momenti in cui stavo per cedere e delle volte in cui mi ero chiesto chi me l’avesse fatto fare, ma bastava guardarmi intorno per trovare la risposta. Ho chiuso gli occhi, ho alzato leggermente la testa e ho aperto le braccia. Il vento gelido mi accarezzava il viso e i miei pensieri viaggiavano lontano, verso gli amici ai quali avevo promesso che ce l’avrei fatta.
Sarebbe bello fermarsi quassù tutto il tempo che si desidera, ma non è così. Dopo 25 minuti ho iniziato la discesa, non meno faticosa della salita. I ramponi, bloccandosi nel ghiaccio, facevano sì che il peso del corpo fosse scaricato interamente sulle ginocchia, rendendo la discesa una totale sofferenza.
Alle 13:00, senza più energie, con il naso bruciato dal sole e la gola infiammata per il freddo, sono arrivato finalmente al campo alto. Finalmente potevo spogliarmi dell’attrezzatura, riposare e pranzare. Ero esausto e dolorante, ma super orgoglioso di me stesso e di cosa ero riuscito a fare.
Dopo tre giorni di fatica, freddo, avventura, montagna e natura, era giunta al termine un’altra meravigliosa esperienza. Un altro record, piccolo per alcuni ma grandissimo per me, era stato raggiunto. Come già successo le altre due volte, il pensiero, la voglia di sfida e l’ambizione viaggiano verso una vetta più alta. Chissà se ci proverò e soprattutto se ce la farò, ma sognare non costa niente e la ricerca è già iniziata.
Il video della scalata dell’Illimani
Conclusione
Scalare l’Illimani è stata l’esperienza più dura che abbia mai affrontato in montagna. Ci sono stati momenti in cui stavo per cedere, in cui il corpo non ne voleva più sapere e la mente iniziava a convincermi che era il momento di fermarsi. Ma sono andato avanti, e sulla vetta ho capito perché. Le emozioni che si provano lassù non si raccontano, si vivono. Se hai le basi, se sei acclimatato e rispetti la montagna, provaci. Non te ne pentirai.
Se stai pianificando la scalata e hai domande sull’organizzazione, scrivimi nei commenti.
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